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Testa o croce

Attraverso il sangue che mi appiccica le palpebre, guardo l’uomo con il fucile puntato verso la mia faccia: «Che hai da guardare? Tieni giù la testa, non guardare».Davanti a me Chara mi sta fissando con sguardo neutro, è in ginocchio e con le mani legate dietro la schiena sembra un agnello sacrificale. Dovrebbe essere terrorizzata mentre in realtà è calma. Ah, quanto vorrei mi insultasse! Nella sua rabbia troverei il mio perdono. Vorrei spiegarle il rimpianto di non averle detto tutta la verità. Vorrei dirle un’ultima volta ti amo. Un’ultima volta prima che tutto finisca. Lei è qui per colpa mia. Essermi innamorato di lei è stato un grande errore, dicono che amare non sia mai sbagliato, che gran cazzata. Non puoi permetterti il lusso di innamorarti se sei un poliziotto, lo sapevo. Non puoi permettertelo soprattutto se lavori sotto copertura infiltrato in un giro di droga internazionale ma, particolarmente, non puoi innamorarti della donna del re dello spaccio: l’uomo con il maglione giallo, quello che tutti chiamano ‘il serpente piumato’, oggi ha fame di vendetta. «Costamagna ho un incarico per te». Il mio superiore di riferimento, Guido Pagliari, mi ha chiamato a rapporto. Tre anni di specializzazione per poter lavorare sotto copertura. Un’attesa lunghissima per uno che brama l’azione, ma prepararsi alla perfezione fa la differenza fra la vita e la morte quando devi fingerti lupo fra i lupi. «Prima che tu accetti, qual è la sola cosa che dovrai ricordare là fuori?» «Che la giungla reclama sempre il suo tributo di sangue» recito sull’attenti fremendo di entusiasmo. Pagliari mi fissa poco convinto, ma prosegue: «Meno entusiasmo Costamagna, è un caso grosso, gente molto pericolosa». «Sono pronto». «So bene che hai già alle spalle alcune missioni risolte con successo, ma erano tutti casi minori. Questo avrà risonanza internazionale perciò non sarai solo, – tace assorto sfogliando il mio fascicolo personale. – Te lo devo dire, non sei la mia prima scelta. Purtroppo, non ho altri agenti più qualificati a cui rivolgermi e i tempi stringono. Bisogna togliere dalla strada questi delinquenti. Hanno creato una rete di spaccio che non ha confini, dall’Europa ai paesi dell’Est fino all’Asia. Gli uomini del serpente agiscono con violenza inaudita e non hanno risparmiato nessuno della concorrenza, insomma, ovunque vadano, si fanno strada col sangue. La loro roba costa meno e quindi colpiscono soprattutto i giovani. Per ottenere il massimo, spacciano porcheria tagliata male; troppi morti per le strade, non si possono più ignorare». «Capisco l’urgenza». «No, non la capisci, – mi interrompe brusco Pagliari, – questi vanno fermati adesso, subito! Stanno agendo seguendo un nuovo ordine di idee. Il loro obiettivo è fare tabula rasa della concorrenza, arraffare soldi e poi sparire. Non creano una rete stabile, non accettano compromessi con il territorio. Vendono droga sporca per guadagnare di più, solo Dio sa cosa ci ficcano dentro. Non proteggono i loro clienti, se ne fregano se muoiono. Si fermano un anno o due e poi spariscono. Sono anni che l’Interpol cerca di incastrarli senza successo. È gente pericolosa. Del loro capo non abbiamo fotografie, non ha un volto né un nome. Sappiamo solo che si fa chiamare il serpente piumato».«Come riuscirò ad infiltrarmi?» «Ottima domanda, come ti ho detto non sei solo in questa operazione, un nostro infiltrato garantirà per te. Ci sono altri agenti che operano sotto copertura; alcuni lo fanno da così tanto tempo che hanno sacrificato la loro vita personale per seguire gli spostamenti del serpente piumato, ma non lo abbiamo mai catturato. Non si allontana mai dal suo territorio, nella giungla è facile nascondersi. Si sarà creato una rete di fedelissimi che lo proteggono in cambio di favori che non voglio neppure immaginare. La gerarchia nella sua organizzazione è chiusa. Nessuno dei suoi tirapiedi lo conosce, solo pochi intimi. Vive blindato in qualche buco in culo al mondo. Altri fanno il lavoro sporco e se devono sbaraccare gli affari e spostarsi velocemente, tutti sono sacrificabili pur di non lasciare traccia, ma queste sono solo informazioni sommarie. I nostri infiltrati non sono riusciti a salire di grado nell’organizzazione, spacciano per strada e vedono solo i loro fornitori che a loro volta sono comandati dai pesci piccoli. Tu potresti essere la nostra chiave di volta, sfrutterai le tue capacità di chimico. Uno dei cuochi è stato ritrovato morto, troverai tutto nel fascicolo che dovrai studiare attentamente, hai tre giorni per prepararti. In breve, tu sostituirai questo cuoco e dovrai cucinare per il serpente piumato. Non sarà una passeggiata, non conosci il territorio e se verrai scoperto non potremo intervenire. È di cruciale importanza per smantellare questa organizzazione conoscere la faccia del serpente piumato». «Quindi qual è il mio compito? Svelare la sua identità?» «Esatto, lui esamina di persona i cuochi. Avere tutto sotto controllo è l’unica debolezza del serpente piumato». «E noi la sfrutteremo». «Sì, ma stai molto attento. Non saresti il primo cuoco ritrovato nella giungla con un buco in testa per essersi sentito troppo sicuro di sé. Tieni un profilo basso, fa quello che ti chiedono e soprattutto taci. Il tuo compito sarà ascoltare e osservare, niente di più». C’è polvere ovunque. Indosso dei guanti e una maschera di protezione, ma gli occhi mi bruciano lo stesso. Teli di plastica alle porte e alle finestre impediscono alla polvere di cocaina di liberarsi nell’aria. Qui si muore dal caldo, al serpente piumato non interessa certo migliorare le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti. Sono ormai quattro mesi che cucino per il re dello spaccio e non l’ho ancora incontrato. Vivo in una catapecchia sopra questo laboratorio improvvisato in uno schifoso seminterrato dai muri scrostati e umidi. Dormo con gli scarafaggi e mangio quello che mi passano. Non vedo la luce del giorno da non so più quanto tempo. Mi hanno promesso di coprirmi d’oro, ma temo che, quando non gli servirò più, mi copriranno di terra. E poi ho fallito, un infiltrato che non riesce a raccogliere informazioni è inutile. Devo riuscire a contattare Pagliari, gli dirò che voglio uscirne. Non sarei il primo a fallire in questo lavoro e non me ne frega niente se mi rovino la carriera, non ce la faccio più. «Ehi, tu». Ad apostrofarmi gentilmente è uno dei miei guardiani armati di fucili di assalto ARX 160, di produzione italiana ma sarei pronto a giurare che questi provengono dall’Albania come il tizio muscoloso e brutto che lo tiene in braccio. «Vieni con me». Non è ammessa replica e quindi lo seguo con la segreta speranza che mi spari un colpo e questa reclusione di merda finisca per sempre. Attraversiamo un lungo tunnel buio, sento squittire topi di cui intravvedo appena l’ombra quando mi sfrecciano davanti. L’energumeno davanti a me ha la bella idea di farsi strada sparando una raffica di colpi che mi stordiscono per il rimbombo e se la ride di brutto vedendomi accovacciato a terra. Mi acchiappa per il collo e mi solleva apostrofandomi: «Cacasotto cammina, al serpente non piace aspettare». Il mio cuore salta un battito: è arrivato il momento, finalmente centrerò l’obiettivo della mia missione. Vedrò in faccia il serpente piumato. Le mani mi tremano, adrenalina a mille. Devo ritrovare il controllo, lavoro sulla respirazione, ma è difficile concentrarsi mentre questo mi spintona in malo modo e il pensiero fisso di chi sto incontrando non aiuta. Il serpente piumato, uno dei più pericolosi sadici assassini al mondo, forse il più pericoloso. Mentre mi chiedo curioso che aspetto potrà avere usciamo dal tunnel in un cortile assolato e il riverbero sul selciato bianco mi acceca. Mi proteggo gli occhi con una mano guardandomi attorno per studiare l’ambiente circostante. Uno dei primi insegnamenti ricevuti è analizzare sempre l’ambiente per valutare pericoli e vie di fuga, ma se a sbatterti in ginocchio in un cortile chiuso da alte mura bianche è un tizio poco amichevole armato con un fucile d’assalto tanto vale dire le tue ultime preghiere. Non ci sono vie di fuga. Ho capito, il serpente piumato incontra i suoi cuochi quando non gli servono più. È finita. Un rivolo di sudore mi cola lungo il collo e non è solo l’umidità di questo paese di merda, è paura! Me la sento scorrere nelle vene, tre anni di addestramento ed ora che sto per guardare in faccia la morte sudo come un maiale al macello. L’energumeno mi ha lasciato solo. Mi aggrappo a questa piccola speranza, forse non mi uccideranno. Forse il serpente piumato vuole solo incontrarmi. Ma cosa ci faccio qui? Non oso cambiare posizione anche se le rotule mi mandano fitte lancinanti. Dopo dieci minuti, che a me son sembrate ore, una calda voce maschile alle mie spalle mi ordina di alzarmi. Obbedisco aiutandomi con le braccia. «Devi perdonare i miei uomini, non conoscono le buone maniere». L’uomo mi gira attorno e davanti ora ho un giovane di forse neppure trenta anni dalla pelle olivastra e grandi occhi verdi. Veste una casacca di un giallo vistoso, – Pagliari aveva detto che il serpente piumato ama il giallo, – dei pantaloni di lino e mocassini bianchi completano il suo abbigliamento. Se non sapessi chi è lo prenderei per un turista. Accanto a lui compare una donna avvolta in un abitino di cotone verde pastello che mette in risalto la bellezza delle sue gambe. Tiene la testa leggermente inclinata a sinistra e sembra studiarmi con curiosità. Devo avere un aspetto orribile ai suoi occhi e stupidamente me ne vergogno. È bella da togliere il fiato, di quella bellezza pericolosa perché innata. A fatica sposto la mia attenzione sull’uomo che mi parla: «Mi hanno riferito che lavori per me da quattro mesi, mai una pausa, mai un reclamo. Vivi sopra il più merdoso dei miei laboratori e mi dicono che sei uscito ben poche volte da lì. Ora mi chiedo, ti nascondi da qualcuno? Hai dei nemici che potrei ritrovarmi alla porta? La cosa non mi piacerebbe». «No, non ho nemici e non mi nascondo. Non conosco nessuno e non mi interessa uscire. A lavoro finito mi aspetto di venir pagato, non chiedo altro». «Ah, e quando pensi che finirà il tuo lavoro?»«Quando mi verrà detto».So di essere sotto esame e che la mia vita è nelle mani di quest’uomo, ma non posso fare a meno di sentire prepotente la presenza della donna al suo fianco e anche se mi sforzo di non guardarla la sua sensualità mi penetra nella pelle. Annuso il suo profumo con l’avidità che un moribondo userebbe per l’ultimo respiro. Il serpente mi fissa gelido, forse si è accorto del potere che la donna ha avuto su di me. È calato un pesante silenzio nel cortile interrotto solo dal passaggio di un aereo sopra le nostre teste, poi il boss mi parla ancora: «Sembri un tipo a posto e voglio darti fiducia. Da oggi non cucinerai più per me. Questo posto deve scomparire. Apriremo in altri luoghi e tu dovrai valutare la produzione dei nuovi laboratori. Il prodotto deve rendere al massimo del guadagno possibile, nessuna concessione alle consegne, nessuna bella pensata dei cuochi sulla ricetta. Si fa come dico io e basta. Non cercare di fregarmi e ti lascerò vivere, prova a mentirmi e sei un uomo morto. Ora datti una ripulita. I miei uomini non possono sembrare dei pezzenti». E mentre dentro di me gioisco come un bambino per essere ancora vivo mi rendo anche conto di aver raggiunto l’obiettivo della mia missione: ora conosco il volto del serpente. Pagliari sarà soddisfatto. Il mio lavoro sotto copertura è finito, potrò andarmene, ma qualcosa mi dice che non lo farò. Il profumo di quella donna mi è rimasto nelle narici. Dopo mesi in cui mi sono umiliato in quel buco pieno di polveri velenose, rinasco alla vita sulla scia di un profumo che so già mi porterà solo guai. Il tizio grande e grosso è tornato alle mie spalle e mi strappa ai miei pensieri con una gran manata: «Ehi cacasotto, oggi è il tuo giorno fortunato». Il serpente e la donna sono già scomparsi. L’energumeno continua: «Il capo elimina tutti i cuochi quando si sposta; a te è andata bene! Sei proprio un gran figlio di puttana!» E ridendo sguaiato seguita a spingermi con la canna del fucile nella schiena verso una porta nel muro che non avevo notato. Il mio solo errore è stato innamorarmi di te Chara, la donna del serpente piumato. Ho cercato di resistere, abbiamo cercato di resistere, ma le nostre mani si sfioravano ad ogni occasione, i nostri sguardi non si abbandonavano mai. Maledetto il giorno in cui il serpente mi ha permesso di vivere nella sua casa. Maledetto Pagliari che mi ha proibito di abbandonare la missione. Mi sei entrata nel sangue, mi hai completamente soggiogato. La tua pelle, le tue promesse mormorate fra mille baci e il modo in cui ti dai a me, tremando ogni volta per il pericolo di essere scoperti, sono il motivo per cui vivo e per cui morirò oggi, qui, adesso. Una vocina maligna mi sta sussurrando che solo ieri e solo a te ho confessato chi sono veramente e ora sono qui in ginocchio… rifiuto questo assurdo pensiero. Tu non puoi avermi tradito, tu mi ami, io lo so. Tu odi vivere accanto al serpente piumato. Mi hai raccontato di essere stata ceduta da tuo fratello a pagamento di un debito di droga e che il serpente piumato subito dopo lo ha ucciso davanti ai tuoi occhi. Le efferatezze a cui ti ha sottoposta per piegarti al suo volere sono uscite dalla tua bocca come conati di rabbia nera. Eppure, solo ieri e solo a te ho confessato chi sono veramente e ora sono qui in ginocchio… La moneta rotea in alto, sembra una sfera: «Testa vivi, croce muori…è semplice, – il serpente piumato si è chinato su Chara, – a meno che tu non mi dica la verità su quest’uomo». Chara tace, scosta la testa con un moto di disgusto e il serpente le afferra i capelli torcendogli il viso all’indietro, le vomita addosso tutta la sua rabbia velenosa: «Credevi non me ne accorgessi? Puttana, misera nullità, ti schiaccerò come merita una vipera come te! Nessuno può sfuggire al mio controllo. Pensavo lo avessi capito!» La moneta cade nella polvere e luccica come una pallottola di fucile. Il serpente la fissa come non la vedesse, poi fa un cenno ad uno dei suoi energumeni che avanzando veloce colpisce al viso Chara. La testa le si piega di lato, una, due volte e quando il serpente molla la presa sui capelli, Chara si accascia in avanti sul petto, ma neppure un lamento esce dalla sua bocca. Ora tocca a me. «Ora tocca a te, dimmi per chi lavori e tutto finirà presto. Non ho fretta, ho tutto il tempo che voglio. Fatti furbo, parla». «Tanto mi ucciderai lo stesso» gli sputo in faccia. «Ti ucciderò comunque, è vero, ma sarà indolore e se parlerai forse lascerò vivere Chara». «Non ti credo».«Hai ragione, non la lascerò vivere comunque». «Sei un bastardo». «Grazie» e con un cenno della mano scatena l’energumeno alle mie spalle. Perdo i sensi e quando mi riprendo sono a terra in posizione fetale. Qualcuno mi rimette in ginocchio con ben poca gentilezza. Sputo sangue e denti, scuoto la testa, ma i suoni mi arrivano ovattati, l’energumeno deve avermi rotto un timpano. Respiro a fatica e a stento riesco a socchiudere un occhio. Chara è ancora lì in ginocchio, a testa bassa. Il serpente continua a lanciare in aria e riprendere quella stramaledetta moneta con un ghigno sadico in volto. «Chara è stata fortunata, è uscita testa: vivrà. La manderò in qualche bordello o la venderò in qualche asta. È bella e le ho insegnato molti giochetti, mi renderà bene. Ma tu…tu sei un’altra cosa. Nessuno può prendersi gioco del serpente piumato. Tu sei un maledetto poliziotto, sei entrato nella mia casa, mi hai spiato e mi hai persino fottuto la donna. Lo capisci vero che non posso farti vivere? Quindi non hai più nulla da perdere. Ti offro una morte veloce in cambio del nome di chi ti ha mandato da me. A proposito quello che ha garantito per te è già morto, io voglio il nome di chi ti comanda!».«Lasciala libera e te lo dirò». Un calcio secco mi colpisce allo stomaco e girandomi di lato ricado con la faccia nella polvere. Il suo tirapiedi mi rimette in ginocchio e mi costringe a guardare mentre il serpente afferra i capelli di Chara e si prepara a colpirla in volto.«Hai sentito Chara, questo ratto di fogna vuole trattare la tua libertà. Che dici, glielo lasciamo fare? Giochiamo ancora un po’?» «No, mi hai annoiata, – Chara si alza in piedi, ha le mani libere e un’espressione dura in volto, – dammi la tua pistola» ordina all’uomo e appena questo obbedisce gli spara un colpo in mezzo agli occhi. La moneta rotola nella polvere. «Mi tirava troppo i capelli», si giustifica con voce neutra. Mi schiaccia la canna della pistola in mezzo alla fronte. «Se potessi vedere la tua faccia! Eh, già, il serpente piumato sono io, bravo, lo hai finalmente capito! Nel mio ambiente è difficile farsi valere se sei una donna. Chissà perché gli uomini che ho incontrato mi han sempre e solo voluto fottere, però sai, mi sono quasi commossa quando hai cercato di trattare per la mia vita, ma spero capirai, sono solo affari». Non aggiunge altro. Uno sparo e cado al suolo. L’ultima cosa che i miei occhi vedono è quella stramaledetta moneta che luccica nella polvere.

di Graziella Porta