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  • Cristina T.
    Ho attraversato scogliere, mi hanno trascinato via i treni, le acque mi hanno riportato, e nella pelle dell´uva mi è sembrato di toccarti. Il legno di colpo mi ha portato il tuo contatto, la mandorla mi annunciava la tua morbidezza segreta, finchè si sono strette le tue mani sul mio petto e lì come due ali, hanno concluso il loro viaggio. Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico
  • Cristina T.
    si precipita giù per le «Mamma! Sta arrivando, il nonno sta arrivando!»Il giovane Eamonscale per accogliere il nonno alla porta. È tutta la mattina che lo aspetta davanti alla finestra della sua cameretta.Ed ecco finalmente spuntare, fra la polvere che solleva dalla strada sterrata, quella strana macchina su cui il nonno viaggia. A metà fra una carrozzella a due posti e una locomotiva fumante, avanza, no, non è esatto, arranca fra rumori di ferraglia e sbuffi di vapore, lungo la tortuosa strada che porta alla casa di Eamon attraverso i campi di girasole. Il giovane non ha mai osato chiedere al nonno con cosa alimentasse la sua macchina, ma già da lontano si sente il profumo di caramello salato che quell’aggeggio sferragliante sbuffa da ogni dove.«È Arrivato, mamma! È arrivato!»«Lo vedo, tranquillo figlio mio, lo vedo e come si potrebbe non vederlo quel pazzo di tuo nonno».La mamma di Eamon, nonché nuora di Caelum, è comparsa sulla soglia. Certo, non è entusiasta di questa visita come il figlio, ma è grata al suocero che, come ogni anno, passa a prendere Eamon per le vacanze estive. Lei deve raccogliere i semi di girasole, preparare le confetture e la salsa di mele per tutto il villaggio e non avrebbe tempo di badare a suo figlio. Ora poi, che è rimasta vedova e deve portare avanti la fattoria da sola, le sarebbe davvero impossibile.Con una azzardata manovra di inversione a U, Caelum ferma la sua ‘auto’ proprio davanti al nipote e, con inaspettata agilità per la sua età, salta fuori dalla nube di polvere che ha sollevato ed abbraccia il nipote alzandolo da terra. Aemon ride pazzo di gioia!«Eccolo qui il mio piccolo guerriero! Pronto per una nuova avventura?»La nuora interviene subito: «Caelum, lieta di vederti ancora in salute. Tu sai quanto ti sia grata per le attenzioni che presti a mio figlio, ma ti prego non riempirgli la testa delle solite sciocchezze!»«Abbracciami anche tu, Elowen carissima!»«Dopo che sarai entrato in casa e ti sarai tolto di dosso…tutti questi aggeggi infernali» replica la nuora guardando scettica lo stravagante, a dir poco, abbigliamento del suocero.«Oh, è solo l’attrezzatura base di un dragologo che si rispetti! Un casco dotato di cornetti acustici che permettono di udire suoni a grande distanza, per prevenire attacchi improvvisi, un corno di drago che emette un ruggito terribile, per incutere timore ai predatori, e l’importantissimo rilevatore, che si riscalda se sei vicino a un drago».«Avrò anch’io questa attrezzatura nonno? E diventerò un dragologo questa estate?» domanda al massimo dell’eccitazione il piccolo Aemon.«Certo, mio giovane apprendista dragologo ad honorem! Ma, ora aiutami a sfilare lo zaino attira draghi».«Cosa c’è dentro?»«Meglio che tua madre non lo sappia» ammicca divertito il vecchio Caelum.«Cattureremo un drago questa estate, nonno?»«Assolutamente no! – I lunghi baffi del nonno schizzano fuori dal casco rivolgendosi all’insù come fossero molle, mentre lui cerca di sbrogliare la barba dal corno del drago strattonandola impacciato. – Assolutamente no, noi ci avvicineremo a un drago solo per studiarlo e disegnarlo. Sono bellissimi, hanno dei colori…»Elowen, stanca di aspettare, li rimbrotta: «Se avete finito di dire sciocchezze, il pranzo vi aspetta in cucina. Non si deve mai partire a stomaco vuoto».«Tua madre ha ragione, entriamo piccolo apprendista».«Nonno devi spegnere la tua ‘auto’!»«Hai ragione. Sbuffa Pneumatica attenti, riposo!» E l’antica ferraglia obbedisce agli ordini, prima si inarca, poi si affloscia in uno sbuffo di vapore al caramello. A vederla adesso pare una grossa lumaca addormentata.Le capacità culinarie di mamma Elowen sono famose persino fuori dal villaggio e spesso viene chiamata per feste del raccolto o matrimoni importanti. Nessuno sa resistere alle sue leccornie. Il pranzo oggi inizia con petali di loto croccanti, spalmati con formaggio di mandorle. Continua con dei funghi sospiranti della Foresta degli Spiriti, farciti con una miscela di spinaci, noci e formaggio di soia. E, a seguire, lasagne di Fenice, ovvero sottili strati di pasta ripieni di verdure grigliate e salsa di fuoco eterno. A chiudere in dolcezza le alghe Nori saltate con riso dolce e i biscotti delle fate, leggeri come un soffio di vento e fragili come lo zucchero di stelle cadenti.Dopo tante delizie il nonno cade in una sorta di felice catalessi e se la dorme sul divano del salotto, Aemon ne approfitta per leggere il libro di dragologia applicata che il nonno teneva nella sua borsa a tracolla mentre la mamma sistema la cucina. Il primo capitolo del libro ha un titolo molto accattivante: “Come studiare le impronte di drago”. Aemon legge che ‘lo strumento più efficace è il bastone del dragomante. Un bastone di acacia dritto e sottile, di poco più lungo del passo del drago di cui hai trovato le impronte. Con questo bastoncino misura la lunghezza della prima impronta mentre l’esatta distanza fra le due impronte indicherà il passo del drago. Noto il passo potrai ottenere le dimensioni della bestia con questa semplice formula: AB x AC …’A me non sembra molto facile, pensa Aemon e pensa anche che è ora di svegliare il nonno e partire per le vacanze. Elowen sembra avergli letto nel pensiero e si presenta in salotto con lo zaino del figlio e un cesto di dolci nel caso venisse loro fame lungo il viaggio.E finalmente, dopo le solite raccomandazioni madre-figlio, nuora-suocero, qualche lacrimuccia e mille baci, Sbuffa Pneumatica si ridesta e, fra vapori al caramello e sferragliare di ruote, l’avventura ha inizio.Comodamente seduto accanto al nonno, Aemon esplode di curiosità: «Dove andiamo quest’anno, nonno?»«Nelle terre del nord, alla ricerca del drago Azzurro. Ecco, se riesci a prendere il mio diario degli appunti lì dietro di te…ecco, sì, quello lì rilegato in pelle rossa. Bravo, aprilo. – Le pagine sono piene di bellissimi disegni di draghi. – Vedi, quest’anno, ho già raccolto i dati sul Draco Africanus Verde che vive nella savana. È vegetariano sai? È lungo 15 metri e alto 6 o7 metri. Un bestione verde e buono come il pane»,«Sputa fuoco?»«Ma neanche per idea! Quella dei draghi che sputano fuoco è una leggenda creata da chi voleva giustificare il loro sterminio. I draghi sono creature buone e intelligenti. Si nascondono dall’uomo per ovvi motivi. Considerato che nel medioevo non c’era cavaliere che non volesse ucciderne uno, per la propria vana gloria, i pochi draghi sopravvissuti si sono ritirati a vivere in luoghi impervi ed isolati.Guarda quest’altro, ha la pelle simile a un serpente: è il drago Knucker. L’ho trovato in una palude inglese. C’era la luna piena, altrimenti non l’avrei mai visto, ma sotto la luce lunare la sua pelle rosso porpora brillava, sulle acque nere paludose, come fosse coperta di rubini. Non sa volare, nonostante abbia delle bellissime ali; le usa solo per sfiorare le acque delle paludi non si innalza mai nel cielo. Dicono che sia velenoso come un serpente, così mi sono mantenuto a distanza!Il drago più bello fra tutti quelli che ho avuto l’onore di studiare da vicino, è sicuramente il Lung Orientalis. È questo guarda, la sua pelle è iridescente, va dal blu al verde con squame dorate sulla testa e lungo il ventre. La coda finisce con una bellissima piuma che lui usa come una frusta per difendersi dai nemici. Anche lui non sa più volare. Le sue ali sono troppo piccole per reggerlo in volo, questo perché sono secoli che vive nelle grotte, sulle catene montuose cinesi, e le ali sarebbero solo appendici ingombranti fra le rocce.»«E invece, cosa ha di speciale questo drago Azzurro che vuoi trovare?»«Prima di tutto nessuno lo ha mai avvicinato. Su di lui si dicono tante cose. Per esempio, che la sua pelle è di un azzurro così intenso da sembrare trasparente. Oppure che di giorno dorme nei crepacci dei ghiacciai, ma di notte vola libero nel cielo. È uno dei pochi esemplari che può ancora volare ma, ciò che lo rende incomparabile, è che sa parlare».«Veramente?»«Sicuro come il fatto che sei mio nipote! Il drago Azzurro sa parlare ed è l’unico fra i suoi simili».«E in che lingua parla? Cioè, come faremo a capirlo?»«Ah, no, mio caro, sarà il drago a parlare la nostra lingua, te l’ho sempre detto che i draghi sono molto intelligenti. E il drago Azzurro va pazzo per gli indovinelli. In fondo al mio quaderno troverai dei fogli, vi ho copiato gli indovinelli più complicati al mondo proprio per lui».E Aemon inizia a leggere, ‘La parte dell’uccello che non è in cielo, può scivolare sull’oceano e restare sempre asciutta, Che cos’è? Ho un peso nella pancia, alberi sulla schiena, chiodi nelle costole e piedi non ho. Cosa sono?’«Nonno incontreremo molte creature magiche?»«Magiche e anche non magiche, tutte creature del popolo invisibile. A pochi è dato di vederle ed è un grande onore poterlo fare».Ben presto con la testa piena di colori, draghi e indovinelli Aemon si addormenta cullato dallo sferragliare di Sbuffa Pneumatica. Il viaggio è ancora lungo. La voce del nonno che allarmato ordina a Sbuffa Pneumatica di fermarsi subito, lo sveglia. Davanti a loro una distesa di licheni verdi e neve bianca. Hanno raggiunto la tundra del nord.«Nonno siamo già arrivati?» Chiede il ragazzo sbadigliando e stiracchiando le braccia.«Shhh, fai silenzio. Queste terre sono abitate dai Ciuffo Ramingo o erba dello smarrimento. Basta che ne tocchiamo uno e perderemo di colpo il senso dell’orientamento. Dobbiamo scendere e avanzare a piedi con molta cautela. Sbuffa ci precederà di quattro passi».«Ma lei borbotta e sferraglia, ci sentiranno arrivare!»«No, a motore spento è un semplice gasteropode terrestre. Procederemo molto lentamente, ma nessun Ciuffo Ramingo oserà avvicinarsi alla sua bava, con i loro piedoni nudi vi resterebbero incollati a vita».«Bava? Allora avevo visto giusto a casa, Sbuffa Pneumatica è una lumaca vera!»«Per l’esattezza è una Achatina gigante delle Americhe, è molto golosa, si nutre solo di caramello salato. Anni fa l’ho salvata dagli artigli di un corvo reale che le aveva spezzato il guscio con gli artigli, da allora vive con me. L’ho protetta dai predatori con questo bellissimo travestimento…»«…a metà fra una locomotiva e una carrozza a due posti!» conclude ironico il nipote.«Un po’ di rispetto figliolo! E ora zitto e cammina».Il nonno aiuta Aemon a scendere sul tappeto morbido della tundra. Appena il ragazzo ci appoggia i piedi nuvole di insetti luminescenti si alzano in volo attorno alle sue caviglie.«Nonno, cosa sono?»«Spiritelli della tundra. Non allontanarli perché potrebbero offendersi e allora pungono! Sono solo molto curiosi. Ignorali e presto si stancheranno di seguirti. Ora cammina esattamente al centro della scia di bava di Sbuffa, mi raccomando non mettere mai un piede fuori dalla bava».«Come facciamo a sapere se i Ciuffo Ramingo sono vicini?»«Oh, fra poco li sentirai schiamazzare attorno a noi, schiumando rabbia perché non possono raggiungerci. Comunque, se vedi un ciuffo d’erba spiccare in altezza sul muschio della tundra quello è un Ramingo. Sono di un verde brillante come quello di una raganella e saltellano qua e là proprio come le rane. Mi raccomando non sfiorarli neppure con le mani, se li tocchi ti lanceranno addosso mille piccoli aghi soporiferi e nel sonno perderai tutti i tuoi ricordi!»Avanzano adagio, affondando nella bava di Sbuffa. È una striscia collosa, giallastra come il caramello. Non è facile mettere un piede dopo l’altro, le scarpe si incollano. Dopo un tempo infinito, fra gli schiamazzi dei Ciuffo Ramingo delusi di non averli fermati, superano la tundra ed entrano in un bosco di Salici piangenti. Possono finalmente risalire in groppa a Sbuffa Pneumatica. Aemon però si accorge che la suola dei suoi scarponcini si è dimezzata. Ogni volta che faceva un passo sulla bava collosa un po’ della sua suola ci rimaneva attaccata e così ora sono rovinati.«Dobbiamo trovare un Leprecauno» commenta serio il nonno fissando gli scarponi del nipote.«Cos’è un Leprecauno?»«Chi è un Leprecauno, vorrai dire. Sono i diligenti ed instancabili artigiani del mondo invisibile, abilissimi ciabattini».«E come lo troviamo?»«Oh, ci troverà lui. Un Leprecauno sa sempre se qualcuno ha bisogno di lui. Si farà vivo, puoi star tranquillo. Hanno lunghe orecchie e possono sentire la tua richiesta di aiuto anche da molto lontano! Andiamo, su che Sbuffa è nervosa».«Perché cosa ha sentito?»«Puzza di bruciato…la senti anche tu? Qualcuno ha fretta di raggiungerci e sta bruciando la tundra per procedere veloce».«Ma è un atto crudele!»«Lo so bene, ma chi ci insegue non si fa scrupoli».«Chi ci sta inseguendo?»«Dorian, non ho alcun dubbio. È un malefico dragologo che vuole portarmi via il titolo di maggior esperto di draghi del mondo. Se dovesse avvistare lui per primo il drago Azzurro si prenderà il mio titolo di Direttore presso THE SECRET SCHOOL OF DRAGOLOGO e sarebbe la fine dei draghi di tutto il mondo. Lui li vuole catturare per esporli in quello che chiama il suo DRAGONIA PARK, una specie di parco divertimenti. Sarebbe la condanna a morte per gli esseri magici più nobili ed antichi del mondo!»«Non possiamo permetterlo, nonno!»«No certo che no. Presto apri il mio quaderno di viaggio, troverai una mappa. Dovrai farmi da navigatore. Lì ho segnato tutti gli avvistamenti dei draghi Azzurro segnalati dai colleghi di tutto il mondo. Cento anni di avvistamenti, dovremmo avere materiale sufficiente per seguire la rotta migratoria di questi draghi. Ora con l’estate migrano al nord, quindi, dovrebbero aver lasciato le Isole Kergueden più o meno a dicembre e, se i miei calcoli sono giusti, adesso dovrebbero aver già superato la Russia e trovarsi ai piedi del monte Gunnbjorn. Se siamo fortunati e se Sbuffa regge, dovremmo arrivare qualche giorno prima del loro arrivo. Così avremo tempo per organizzare il campo di avvistamento».«Ok, ma come faremo a sapere esattamente dove si fermerà un drago Azzurro, voglio dire dove costruiremo il nostro campo di avvistamento?»«Facile, figliolo. I draghi tornano sempre nei loro vecchi nidi, che sia un crepaccio, una grotta o un buco in una palude. Non sputano fuoco, ma puzzano maledettamente di zolfo. Quando saremo vicini ad una tana di drago ce ne accorgeremo! Ora, avanti Sbuffa, a tutta velocità! Rifugiamoci nel folto di questo bosco, prima che Dorian ci veda, e troviamo un posto sicuro dove passare la notte. Forza amica mia mettici in salvo». Sotto il manto scuro del cielo, i Salici piangenti si piegano dolcemente verso il basso, come a voler nascondere i loro ospiti. Le loro foglie argentate cullano il vento, e ogni fruscio sembra un sussurro di fate. L’aria è densa di profumi: muschi, legni e petali di fiori notturni. Le luci dei vari spiritelli che abitano nel bosco danzano tra le foglie, come piccole stelle cadute sulla terra. Nonno Caelum indica al nipote le Corium Ala, i Petasus Floridus, una coppia di nobili Gryllus Barbatus e uno sciame di Puellae Dumetae. Aemon guarda affascinato lo spettacolo di questi esseri magici che si muovono attorno a loro. Hanno deciso di accamparsi sotto un salice curvo, in un cerchio di pietre che segna un luogo sacro per le Fate. Qui saranno al sicuro. Le fate li renderanno invisibili agli occhi di Dorian, se mai lui dovesse raggiungerli. E mentre il vento canta tra i salici e le stelle sorridono dall’alto, Aemon si sente parte di qualcosa di magico, il confine fra realtà e sogno si dissolve e il ragazzo scivola in un sonno ristoratore.La mattina dopo il nonno lo sveglia arruffandogli i capelli: «Sveglia ragazzo, guarda quanti doni abbiamo ricevuto».Aemon fissa incantato, bacche, frutti e una brocca di fresca rugiada. Ci sono anche i suoi scarponcini riparati alla perfezione, sembrano nuovi e il ragazzo se li stringe al petto gridando: «Grazie signor Leprecauno, grazie a tutti voi esseri magici! Sono stati molto gentili, vero nonno?»«Le creature del mondo invisibile sono gentili con chi li rispetta».«Ma i Ciuffo Ramingo sono dispettosi!»«Certo, ma è nella loro natura fare dispetti. Sono fatti così, vogliono trattenere i viaggiatori per avere compagnia, non sono cattivi. Non puoi dire che un lupo sia cattivo perché caccia per mangiare, è la sua natura! Su ora, bando alle ciance! Gustiamo questi deliziosi frutti e ripartiamo subito. Non vorrei proprio affrontare Dorian, meglio lasciarselo alle spalle e correre più veloce di lui».Sbuffa Pneumatica mastica un pezzo di caramello salato ed è subito pronta per ripartire.Escono dal bosco di Salici che il sole è già alto. Dopo aver seguito un ampio sentiero, superato dolci colline all’apparenza disabitate, raggiungono un ampio lago dalle acque cristalline che riflette lo spettacolo dei monti proprio oltre le sue rive. «E adesso, nonno?»«Dobbiamo attraversare il lago per raggiungere il ghiacciaio di monte Picco, il più alto di tutti. Li vive il drago Azzurro».«Sembra molto lontano questo monte Picco».«Sì, figliolo abbiamo molta strada da fare e se le Ondine non ci aiuteranno ad attraversare il lago dovremo girarci attorno e la strada sarà ancora più lunga. Dorian potrebbe batterci sul tempo».Le Ondine sono, come sempre, felici di avere nuovi amici con cui parlare e sembrano apprezzare molto le stampe di pesci equatoriali che il nonno gli offre. Sono creature molto socievoli e delicate dai lunghi capelli verdi e occhi molto grandi dotati di una terza palpebra trasparente che protegge i loro occhi quando stanno sott’acqua. Al contrario delle sirene hanno le gambe, ma i loro lunghi piedi palmati a quattro dita non sono adatti alla vita terrestre.Purtroppo, Sbuffa Pneumatica non può seguirli, i pezzi metallici, che la proteggono da chi vorrebbe mangiarsela, in acqua la trascinerebbe sul fondo del lago. Nonno Caelum scarica l’attrezzatura che ritiene essenziale, ma deve abbandonare sulla riva parte del materiale.«Nonno, Sbuffa se la caverà senza di noi?»«Certamente figliolo. Le Ondine la ospiteranno nel fitto canneto, che protegge il loro lago dolce, e lì, nella giusta umidità, la nostra amica riposerà e ritroverà le forze per riportarci a casa. Spero solo che non finisca tutto il caramello che gli ho lasciato in un giorno!»«Nonno, prima di vivere con te, dove trovava il caramello? La mamma lo prepara in cucina con lo zucchero e un pizzico di sale, ma in natura…non ho mai saputo che il caramello crescesse nei prati».«Ho incontrato la nostra amica nelle foreste del nord ai piedi delle montagne. Sbuffa e le sue sorelle vivono là da sempre, in armonia con i Nani delle cave del nord della famiglia dei Brevihominidae. Sono loro a cucinare il caramello salato e, in cambio, le lumache li ringraziano producendo la bava, un ottimo balsamo per barba e i capelli, che i nani tengono molto lunghi. Nonostante si pensi che siano degli sporcaccioni, solo perché vivono in gallerie sotterranee, ti posso assicurare che sono molto attenti alla loro igiene personale e danno molta importanza alla cura del loro aspetto. La barba lunga è simbolo di grande saggezza e ogni anno organizzano un torneo in cui si sfidano fra loro a chi ha la barba più lunga. È una grande festa con banchetti, musica e danze. Chi vince diventa il capo villaggio fino all’anno seguente».«Nonno, ma tu le sai tutte!»«Ah, non si finisce mai di imparare! È la curiosità che muove il mondo, ricordatelo sempre figliolo. Adesso vediamo che ore sono…uh sì è ora di partire. Vediamo se le Ondine sono pronte».Le Ondine hanno costruito per loro una canoa di giunchi, ma le Sirene del lago impediscono loro di muoversi.«Cosa vogliono nonno?»«Shhh, silenzio ragazzo. Bisogna saperle ascoltare…vedi quelle bolle d’aria che emergono dalla superficie del lago? Portano con sé messaggi segreti. Ogni bollicina è un simbolo, un frammento di parola…ecco…sì, ho capito, vogliono un dono anche loro…ma cosa possiamo offrirgli?»«I dolcetti di alga Nori che ci ha dato la mamma per il viaggio! Ne abbiamo un cesto pieno!»Le Sirene apprezzano molto i dolcetti di mamma Elowin e così nonno e nipote possono attraversare il lago su una canoa di giunchi spinti dalle Ondine, ma non hanno ancora messo piede sull’altra sponda, che sentono tuonare minacciosa la voce di Dorian: «Torna indietro, maledetto Caelum, o brucerò le sponde di questo lago e tutti i suoi esseri. Prosciugherò le sue acque e spargerò sale sulle creature dell’acqua! Mi hai capito? Io ti…»Le sue parole si perdono fra le urla di battaglia dei Basilischi venuti dal cielo in soccorso al popolo degli invisibili. Si racconta che chiunque incroci lo sguardo con un Basilisco si trasformi in pietra, e sulla riva del lago già molti nel seguito di Dorian si stavano pietrificando. Caelum non riesce a vedere se fra loro c’è anche Dorian, ma in cuor suo sa che quel malvagio saprà come cavarsela. Meglio iniziare subito il cammino verso il ghiacciaio del monte Picco, piuttosto che stare a guardare l’esito della battaglia, ma Aemon non può non girarsi indietro a scrutare preoccupato quel tumulto di polvere e fuoco.«Nonno, chi è un Basilisco?»«Sono fra i più potenti e agguerriti protettori del popolo invisibile. Di loro si sa solo che sono nati da diecimila uova di gallo di sette anni, deposte in una notte di luna piena e covate per nove anni da un rospo. Nessuno sa dove vivono, ma compaiono all’improvviso quando le terre del popolo invisibile sono minacciate. Qualcuno dice che emergono dalla terra, altri che planano dal cielo; io so per certo che finché ci sarà in vita un solo Basilisco questo sarà sempre dalla parte dei più deboli contro il male. Ora basta parlare, risparmiamo il fiato per il cammino. La vetta del ghiacciaio è molto lontana». Per il giovane Aemon non è facile inerpicarsi superando rocce e radici di giganteschi alberi che, oltretutto, lo intimoriscono non poco, poiché sembrano avere lunghe braccia, grandi occhi e persino una bocca! Caelum non sembra preoccuparsene, anzi Aemon si accorge che il nonno spesso sosta a mormorare qualcosa a questi alberi, li saluta, li accarezza.«Nonno che fai?»«Saluto gli Alberi Fatati. Sai loro abitano questo mondo da molto molto prima che arrivassero gli uomini. Sono i protettori della natura, mantengono la pace fra tutti gli abitanti. Chiunque abbia da risolvere un litigio o una controversia si rivolge a loro e otterrà risposta. Gli Alberi Fatati offrono frutti e fiori a chi li rispetta ma, se non lo fai, se incidi i loro tronchi per scriverci frasi sciocche o calpesti le loro radici, beh sanno essere molto vendicativi! Si dice anche che una goccia della loro linfa guarisca da tutti i mali, però devono essere loro a offrirtela, non puoi rubarla. Chiedi e ti sarà dato, sono creature molto gentili. Vedi, i più vecchi hanno i rami adornati di gemme e ciondoli, sono doni del popolo invisibile per ringraziarli della loro preziosa presenza».«Allora, anche noi dovremmo lasciare un dono!»«E cosa vorresti lasciare?»«La mia bussola, può essergli utile se mai volessero fare un viaggio».Caelum ride di cuore dell’ingenuità del nipote: «Non credo che capiterà mai ad un albero, se pur fatato, di fare un viaggio, ma non si sa mai figliolo. È proprio un bel regalo. Vieni qui, Sali sulle mie spalle e appendilo al ramo più alto. Ecco così, perfetto».L’Albero Fatato li ringrazia facendo tintinnare tutti gli altri doni appesi ai suoi rami e nonno e nipote proseguono il loro cammino.Escono dal bosco fatato che è quasi sera. Ormai sono ai piedi del ghiacciaio, ma sarebbe inutile proseguire, fra poco farà buio. Decidono di accamparsi vicino ad un ruscello. Nonno Caelum apre il suo zaino e ne estrae due cubi di stoffa poco più grandi di una noce, se mai esistesse una noce a forma di cubo. Li lancia per aria e questi si gonfiano diventando soffici come nuvole e come tali se ne volerebbero via se il nonno non li trattenesse subito con delle funi ad una roccia. «Forza nipote facciamoci un bel sonno, che domani ci aspetta una bella arrampicata!»Aemon non se lo fa ripetere due volte, stanco com’è in un batter di ciglia si addormenta.Il mattino dopo il giovane viene svegliato da una gelida folata di vento. Si stiracchia, apre gli occhi e caccia un urlo di spavento tale che Caelum si sveglia di soprassalto. Qualcuno nella notte ha tagliato le funi che ancoravano i loro giacigli a terra ed ora stanno volando senza controllo e chissà in quale direzione! Sono molto in alto, troppo per saltar giù, ma riescono ancora a vedere il malvagio Dorian gridare contro di loro.Caelum grida al nipote di saltare sul suo cubo pallone: «Presto salta, non posso controllarne due!»Aemon si fa coraggio e salta, ma non ha calcolato il vento e per poco cade di sotto. Per fortuna il nonno riesce a trattenerlo per i lacci dello zaino e lo tira in salvo.«Tua madre deve smettere di cucinarti dolcetti!»«Cosa ci stava gridando contro Dorian? Ho capito solo la parola occhio…»«Hai visto cosa aveva in mano? È un occhio di drago che lui ha incastonato creando una specie di lente di ingrandimento. Gli permette di vedere i draghi a grande distanza, ma a me pareva rotto. Forse lo ha usato nella battaglia contro i Basilischi per riflettergli contro la loro immagine e salvarsi, ma deve averlo rotto e… mi darà la colpa anche di questo…ma non preoccupiamoci di lui ora. Dobbiamo trovare il modo di controllare il volo di questo stupido pallone o presto ci troveremo in capo al mondo!»«Temo proprio che invece precipiteremo nonno, guarda stiamo andando a sbattere contro la montagna!» Il grido di Aemon si perde nel vento e nella rovinosa inesorabile caduta.«Aggrappati alle corde e lasciati cadere di sotto, – gli ordina il nonno, – non temere, useremo il cubo pallone come fosse un paracadute, dammi retta, funzionerà!»Saldamente legati alle corde nonno e nipote riescono in qualche modo a controllare il cubo pallone e atterrano su uno sperone di roccia. Non è proprio un atterraggio morbido, ma se la cavano solo con qualche graffio e una gran culata sulla roccia. Peccato che sotto lo sperone su cui ora siedono doloranti ci sia solo uno strapiombo, mentre, sopra di loro, c’è una ripida parete a piombo. Non sembrano avere vie di fuga.Aemon ha qualcosa infilato fra i capelli, Caelum lo vede subito è una squama azzurra, talmente azzurra da essere quasi trasparente. E finalmente lo vede, alle spalle del nipote, quello che sembrava un grande cespuglio secco, è invece un grosso nido di drago.«Siamo nel territorio dei draghi Azzurro. Non muoverti figliolo, sei seduto proprio sotto un grande nido»«Avevi detto che i nidi puzzano di zolfo!» Aemon grida con voce terrorizzata.«Sì, l’ho detto, ma potrei essermi sbagliato! Questo sembra abbandonato, ma non si può mai dire, il suo padrone potrebbe tornare da un momento all’altro. Ora, molto lentamente, vieni vicino a me, non fare movimenti bruschi. Ecco, così, bravo! Sei veramente coraggioso, sai? Ne avremo di cose da raccontare alla tua mamma!»«Se ce la caveremo!»«Abbi fiducia nipote!»«Come no? Siamo bloccati su un nudo sperone di roccia, ai piedi di un enorme nido di drago, ma. non uno qualsiasi, no, un drago Azzurro! Che nessuno ha mai incontrato. Potrebbe mangiarci o buttarci di sotto, per quello che ne sappiamo!»«O potrei prima chiedervi chi siete e cosa ci fate sul mio sperone?»Dal nido, che sembrava abbandonato, emerge una grossa testa di drago Azzurro di un azzurro così chiaro da sembrare trasparente. Tutto attorno a loro si fa azzurro, le rocce, il nido il nonno, tutto azzurro. Aemon resta lì pietrificato con la bocca aperta dallo stupore.«Ragazzo chiudi la bocca, che ti entrano i moscerini! Allora cosa devo farmene di voi?» Mentre parla il drago esce dal nido in tutta la sua grandezza, tanto che Aemon si chiede come facesse a starci dentro.«Sono Caelum, un dragologo, e questo è mio nipote Aemon e non vogliamo farti del male».Il drago, a queste parole, ride di gusto e nel farlo sbuffa nuvole azzurre dalle narici: «Ma ti sei guardato? Sei più piccolo di una mia unghia! Come potresti farmi del male? E dimmi, cosa diamine è un dragologo?»«Esatto, sì, siamo piccoli, hai ragione, – balbetta nervoso Caelum, ma facendosi coraggio continua, – sono uno studioso di draghi. Li studio, li disegno…» Non sa più come continuare.«E perché lo fai?»«È il mio lavoro» risponde il nonno, ma al drago questa risposta non sembra piacere e con aria minacciosa solletica con un’unghia il mento del povero Caelum che non si è mai trovato così vicino ad un drago!«È curioso! – Interviene Aemon, – mio nonno è un uomo molto curioso! Gli piacciono gli indovinelli!»Il drago si concentra su quel giovane uomo e toglie l’unghia da sotto il mento di Caelum che rilassandosi alza gli occhi al cielo e, pallido come uno straccio, scivola a terra svenuto.Aemon tenta il tutto per tutto: «Anche a te piacciono gli indovinelli vero, signor drago?»«Signor drago? Ahahah, mi piaci ragazzino! Ahahah, – ride il drago, – ahahah!»Aemon non si perde di coraggio e preso il quaderno degli appunti dallo zaino del nonno, ne sfila i fogli degli indovinelli: «Guarda, ti abbiamo portato in dono gli indovinelli più difficili del nostro mondo. Vuoi che te li legga?»Il drago per qualche secondo tace e lo fissa con un occhio solo, non sembra minaccioso e Aemon un po’ si rilassa.«Piccoletto, facciamo così…ora ci sfidiamo ad una gara di indovinelli e se vinci, vi lascerò vivere anzi, vi riporterò in volo ai piedi delle montagne. Ci stai? Inizio io: la mia vita è piuttosto breve, quello che produco mi divora. Sottile sono veloce, grossa sono lenta e il vento molto mi spaventa. Chi sono?»«Aspetta, e se perdiamo?» Il ghigno ironico del drago rende bene la sua idea di penitenza.Aemon si concentra, pensa e ripensa e poi butta lì la risposta: «La candela!»Il drago sorpreso perde il ghigno dalla faccia e deluso concede ad Aemon il secondo giro: «Tocca a te, ragazzino».«La parte di un drago che non è in cielo, può scivolare sull’oceano e restare sempre asciutta, Che cos’è?»«Facile! – Sbotta sicuro il drago, – la sua ombra. Tocca ame ora. Quando io sono in piedi loro sono sdraiati, quando invece sono sdraiato loro sono in piedi. Chi sono?»«I piedi! Risolvi questo se sei capace: Ho un peso nella pancia, ho alberi sulla schiena, molti chiodi nelle costole e non ho piedi. Cosa sono?»«Una nave! Tutti lo sanno rompere, ma nessuno lo sa ricomporre, cos’è?»«L’uovo! Tocca ancora a me…»Questo botta e risposta va avanti per ore e Aemon è preoccupato perché ha quasi esaurito gli indovinelli scritti dal nonno e poi è stanco, il drago gli propone indovinelli sempre più difficili. Il ragazzo inizia a sudare freddo e guarda preoccupato il nonno che è ancora svenuto.Il drago ha indovinato anche l’ultima risposta e Aemon ha finito gli indovinelli, si guarda intorno in cerca di un’ispirazione, ma non sa proprio cosa dire.È finita ormai, il drago li butterà giù dalla roccia o, peggio, li mangerà…ma, mai disperare! Il nonno finalmente si sveglia e pone l’ultimo quesito al drago: «Un bivio porta a due paesi diversi: in uno tutti gli abitanti dicono sempre la verità, nell’altro ci vivono solo persone che mentono. Un uomo vuole sapere qual è il paese della verità e, incrociando un ragazzo che sta venendo da uno dei due paesi, glielo chiede. Che domanda gli fa per sapere con certezza qual è il paese della verità?»Il drago ci pensa, ci ripensa e ci pensa ancora. Inizia a girare su sé stesso a disagio, sbuffa e batte i piedi per terra, ma non trova la risposta.«Abbiano vinto!» Grida Aemon abbracciando il nonno pieno di felicità.«E cosa abbiamo vinto?» Chiede il nonno frastornato.«Il drago non ci mangerà, anzi, ci porterà in volo fino ai piedi delle montagne!»«Benone, ma prima, gentile drago, potrei avere il tuo permesso di disegnarti sul mio quaderno? Per i miei studenti alla scuola di dragologia…sempre che non ti dispiaccia…»Il drago Azzurro sembra felice di accettare e, comunque, nessuno gli ha mai fatto un ritratto, quindi, è molto curioso di vederne il risultato. Mentre il nonno disegna, Aemon finalmente può rilassarsi e, fissando ammirato il drago, scivola in un sonno profondo e sogna di essere diventato un Dragologo ad Honorem! «Aemon, Aemon su svegliati pigrone, – il ragazzo apre gli occhi, ma questa è la voce della mamma! – Alzati che fra poco arriverà il nonno per portarti in vacanza in montagna, sul monte Picco. Ricordi? È da sempre il suo ghiacciaio preferito, chissà perché. Sbrigati, che devi fare ancora colazione, non si deve mai partire a stomaco vuoto!» E se qualcuno si chiedesse che fine abbia fatto Dorian, beh… c’è chi dice che l’ultimo dei Basilisco, in un epico inseguimento, lo abbia pietrificato ai piedi del monte Picco, ma fra il popolo invisibile si mormora invece che sia stato mangiato da un drago Azzurro. Purtroppo, pare che il famoso professore sia stato rinchiuso in un manicomio quando, dopo un viaggio all’estero, iniziò a farneticare di draghi, ondine e ciabattini del popolo invisibile. Peccato però un così bravo archeologo! di Graziella Porta Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico
  • Cristina T.
    Sdraiata sul letto, fisso immobile il soffitto. «Buonanotte amore». Ecco ora ho il permesso di chiudere gli occhi. Posso finalmente staccarmi dall’angoscia della giornata, dal tormento delle ore di luce per cadere nell’oblio del buio. Odio l’alba che accompagna le ore produttive, quelle in cui devo dare il meglio di me, sempre, senza pausa. Non si ammettono errori, mai. Ancora non mi abbandono al sonno, non posso; finché non lo sentirò russare non sarò certa di essere libera di sognare. Lì, nei sogni, posso lasciare ogni ipocrisia, essere me stessa, abbandonare gli obblighi, sciogliermi dal controllo possessivo esercitato per il mio bene. Nel buio risorgo. Sogno l’amore, quello in cui credevo, anzi no, ci credo ancora perché non posso farne a meno. Sono una donna ed anche se ho dovuto dimenticare la tenerezza, i baci, i sussurri sulla pelle, l’amore nella mia vita c’è, come un bruco rinsecchito chiuso in un bozzolo attende quel raggio di sole che lo renderà farfalla. Lui si muove nel letto, mi irrigidisco, temo possa leggere le mie speranze. Le violerebbe, le svilirebbe come fa con me ogni giorno. Metà della mia anima non sa come superare le mura di questa prigione, l’altra metà di notte si sente una guerriera, ma cade e muore ad ogni alba. Fuori da questa prigione, quelli felici, quelli che io chiamo gli altri, mi vedono castellana insoddisfatta di un castello dorato. Gli altri giudicano, non ascoltano, non osservano veramente. La verità non gli interessa. Se non sorrido, sono un’ingrata. Se non lo amo sono…peggio. Mi porto sulle spalle la colpa di essere donna. Gli altri guardano distaccati volutamente o inconsciamente, sanno che avvicinarmi troppo li metterebbe emotivamente in pericolo. Si sta lontani dall’infelicità, come fosse una malattia contagiosa e lo capisco, perché la serenità è un bene prezioso, una coperta protettiva in cui avvolgere i figli o gli affetti più cari. Divenire testimoni di un disagio mette sempre in difficoltà, ci costringe a decidere da che parte stare. Io li capisco gli altri, sono io che devo sfondare la porta di questo castello dove vive il malvagio. Nessun altro può farlo, solo io. Ancora un giorno e troverò il coraggio. Ancora una notte. Domani, forse. Lo sento nuovamente russare ora posso abbandonarmi a quei sogni di bambina, quando la mamma mi leggeva fiabe sul principe azzurro. Io ci ho creduto a quel lieto fine. Avevo vent’anni e temevo di morire d’amore tanto lo amavo. Tenero, dolce, pieno di attenzioni. Poi, non so cosa ho sbagliato tutto è cambiato, ma non di colpo che me ne sarei accorta, no, qualche rimprovero appena accennato prima, poi qualche ceffone, raro, ma ben piazzato. Perché mi ama, per correggermi, per migliorarmi, mi ripetevo. All’inizio si pentiva, ora non più, ma non è cattivo, lo fa per il mio bene, me lo ripeto ancora. Me lo ripeto ad ogni colpo ad ogni insulto, è il mantra di cui nutro il mio dolore, il parassita della mia essenza. Vorrei sognare la felicità di una mano nella mia, vorrei sognare il desiderio trasmesso con una carezza. Vorrei sognare il lieto fine! Lo sento muoversi, apro gli occhi e mi sta fissando, un mezzo sorriso sulle labbra: «buonanotte amore». Lui lo sa! Sa che nei sogni mi ribello, sa che sogno di uccidere il drago, sa che aspetto il principe azzurro. Lui lo sa, sa che non ho scampo e che ormai sogno solo di morire. di Graziella Port
  • Cristina T.
    Attraverso il sangue che mi appiccica le palpebre, guardo l’uomo con il fucile puntato verso la mia faccia: «Che hai da guardare? Tieni giù la testa, non guardare».Davanti a me Chara mi sta fissando con sguardo neutro, è in ginocchio e con le mani legate dietro la schiena sembra un agnello sacrificale. Dovrebbe essere terrorizzata mentre in realtà è calma. Ah, quanto vorrei mi insultasse! Nella sua rabbia troverei il mio perdono. Vorrei spiegarle il rimpianto di non averle detto tutta la verità. Vorrei dirle un’ultima volta ti amo. Un’ultima volta prima che tutto finisca. Lei è qui per colpa mia. Essermi innamorato di lei è stato un grande errore, dicono che amare non sia mai sbagliato, che gran cazzata. Non puoi permetterti il lusso di innamorarti se sei un poliziotto, lo sapevo. Non puoi permettertelo soprattutto se lavori sotto copertura infiltrato in un giro di droga internazionale ma, particolarmente, non puoi innamorarti della donna del re dello spaccio: l’uomo con il maglione giallo, quello che tutti chiamano ‘il serpente piumato’, oggi ha fame di vendetta. «Costamagna ho un incarico per te». Il mio superiore di riferimento, Guido Pagliari, mi ha chiamato a rapporto. Tre anni di specializzazione per poter lavorare sotto copertura. Un’attesa lunghissima per uno che brama l’azione, ma prepararsi alla perfezione fa la differenza fra la vita e la morte quando devi fingerti lupo fra i lupi. «Prima che tu accetti, qual è la sola cosa che dovrai ricordare là fuori?» «Che la giungla reclama sempre il suo tributo di sangue» recito sull’attenti fremendo di entusiasmo. Pagliari mi fissa poco convinto, ma prosegue: «Meno entusiasmo Costamagna, è un caso grosso, gente molto pericolosa». «Sono pronto». «So bene che hai già alle spalle alcune missioni risolte con successo, ma erano tutti casi minori. Questo avrà risonanza internazionale perciò non sarai solo, – tace assorto sfogliando il mio fascicolo personale. – Te lo devo dire, non sei la mia prima scelta. Purtroppo, non ho altri agenti più qualificati a cui rivolgermi e i tempi stringono. Bisogna togliere dalla strada questi delinquenti. Hanno creato una rete di spaccio che non ha confini, dall’Europa ai paesi dell’Est fino all’Asia. Gli uomini del serpente agiscono con violenza inaudita e non hanno risparmiato nessuno della concorrenza, insomma, ovunque vadano, si fanno strada col sangue. La loro roba costa meno e quindi colpiscono soprattutto i giovani. Per ottenere il massimo, spacciano porcheria tagliata male; troppi morti per le strade, non si possono più ignorare». «Capisco l’urgenza». «No, non la capisci, – mi interrompe brusco Pagliari, – questi vanno fermati adesso, subito! Stanno agendo seguendo un nuovo ordine di idee. Il loro obiettivo è fare tabula rasa della concorrenza, arraffare soldi e poi sparire. Non creano una rete stabile, non accettano compromessi con il territorio. Vendono droga sporca per guadagnare di più, solo Dio sa cosa ci ficcano dentro. Non proteggono i loro clienti, se ne fregano se muoiono. Si fermano un anno o due e poi spariscono. Sono anni che l’Interpol cerca di incastrarli senza successo. È gente pericolosa. Del loro capo non abbiamo fotografie, non ha un volto né un nome. Sappiamo solo che si fa chiamare il serpente piumato».«Come riuscirò ad infiltrarmi?» «Ottima domanda, come ti ho detto non sei solo in questa operazione, un nostro infiltrato garantirà per te. Ci sono altri agenti che operano sotto copertura; alcuni lo fanno da così tanto tempo che hanno sacrificato la loro vita personale per seguire gli spostamenti del serpente piumato, ma non lo abbiamo mai catturato. Non si allontana mai dal suo territorio, nella giungla è facile nascondersi. Si sarà creato una rete di fedelissimi che lo proteggono in cambio di favori che non voglio neppure immaginare. La gerarchia nella sua organizzazione è chiusa. Nessuno dei suoi tirapiedi lo conosce, solo pochi intimi. Vive blindato in qualche buco in culo al mondo. Altri fanno il lavoro sporco e se devono sbaraccare gli affari e spostarsi velocemente, tutti sono sacrificabili pur di non lasciare traccia, ma queste sono solo informazioni sommarie. I nostri infiltrati non sono riusciti a salire di grado nell’organizzazione, spacciano per strada e vedono solo i loro fornitori che a loro volta sono comandati dai pesci piccoli. Tu potresti essere la nostra chiave di volta, sfrutterai le tue capacità di chimico. Uno dei cuochi è stato ritrovato morto, troverai tutto nel fascicolo che dovrai studiare attentamente, hai tre giorni per prepararti. In breve, tu sostituirai questo cuoco e dovrai cucinare per il serpente piumato. Non sarà una passeggiata, non conosci il territorio e se verrai scoperto non potremo intervenire. È di cruciale importanza per smantellare questa organizzazione conoscere la faccia del serpente piumato». «Quindi qual è il mio compito? Svelare la sua identità?» «Esatto, lui esamina di persona i cuochi. Avere tutto sotto controllo è l’unica debolezza del serpente piumato». «E noi la sfrutteremo». «Sì, ma stai molto attento. Non saresti il primo cuoco ritrovato nella giungla con un buco in testa per essersi sentito troppo sicuro di sé. Tieni un profilo basso, fa quello che ti chiedono e soprattutto taci. Il tuo compito sarà ascoltare e osservare, niente di più». C’è polvere ovunque. Indosso dei guanti e una maschera di protezione, ma gli occhi mi bruciano lo stesso. Teli di plastica alle porte e alle finestre impediscono alla polvere di cocaina di liberarsi nell’aria. Qui si muore dal caldo, al serpente piumato non interessa certo migliorare le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti. Sono ormai quattro mesi che cucino per il re dello spaccio e non l’ho ancora incontrato. Vivo in una catapecchia sopra questo laboratorio improvvisato in uno schifoso seminterrato dai muri scrostati e umidi. Dormo con gli scarafaggi e mangio quello che mi passano. Non vedo la luce del giorno da non so più quanto tempo. Mi hanno promesso di coprirmi d’oro, ma temo che, quando non gli servirò più, mi copriranno di terra. E poi ho fallito, un infiltrato che non riesce a raccogliere informazioni è inutile. Devo riuscire a contattare Pagliari, gli dirò che voglio uscirne. Non sarei il primo a fallire in questo lavoro e non me ne frega niente se mi rovino la carriera, non ce la faccio più. «Ehi, tu». Ad apostrofarmi gentilmente è uno dei miei guardiani armati di fucili di assalto ARX 160, di produzione italiana ma sarei pronto a giurare che questi provengono dall’Albania come il tizio muscoloso e brutto che lo tiene in braccio. «Vieni con me». Non è ammessa replica e quindi lo seguo con la segreta speranza che mi spari un colpo e questa reclusione di merda finisca per sempre. Attraversiamo un lungo tunnel buio, sento squittire topi di cui intravvedo appena l’ombra quando mi sfrecciano davanti. L’energumeno davanti a me ha la bella idea di farsi strada sparando una raffica di colpi che mi stordiscono per il rimbombo e se la ride di brutto vedendomi accovacciato a terra. Mi acchiappa per il collo e mi solleva apostrofandomi: «Cacasotto cammina, al serpente non piace aspettare». Il mio cuore salta un battito: è arrivato il momento, finalmente centrerò l’obiettivo della mia missione. Vedrò in faccia il serpente piumato. Le mani mi tremano, adrenalina a mille. Devo ritrovare il controllo, lavoro sulla respirazione, ma è difficile concentrarsi mentre questo mi spintona in malo modo e il pensiero fisso di chi sto incontrando non aiuta. Il serpente piumato, uno dei più pericolosi sadici assassini al mondo, forse il più pericoloso. Mentre mi chiedo curioso che aspetto potrà avere usciamo dal tunnel in un cortile assolato e il riverbero sul selciato bianco mi acceca. Mi proteggo gli occhi con una mano guardandomi attorno per studiare l’ambiente circostante. Uno dei primi insegnamenti ricevuti è analizzare sempre l’ambiente per valutare pericoli e vie di fuga, ma se a sbatterti in ginocchio in un cortile chiuso da alte mura bianche è un tizio poco amichevole armato con un fucile d’assalto tanto vale dire le tue ultime preghiere. Non ci sono vie di fuga. Ho capito, il serpente piumato incontra i suoi cuochi quando non gli servono più. È finita. Un rivolo di sudore mi cola lungo il collo e non è solo l’umidità di questo paese di merda, è paura! Me la sento scorrere nelle vene, tre anni di addestramento ed ora che sto per guardare in faccia la morte sudo come un maiale al macello. L’energumeno mi ha lasciato solo. Mi aggrappo a questa piccola speranza, forse non mi uccideranno. Forse il serpente piumato vuole solo incontrarmi. Ma cosa ci faccio qui? Non oso cambiare posizione anche se le rotule mi mandano fitte lancinanti. Dopo dieci minuti, che a me son sembrate ore, una calda voce maschile alle mie spalle mi ordina di alzarmi. Obbedisco aiutandomi con le braccia. «Devi perdonare i miei uomini, non conoscono le buone maniere». L’uomo mi gira attorno e davanti ora ho un giovane di forse neppure trenta anni dalla pelle olivastra e grandi occhi verdi. Veste una casacca di un giallo vistoso, – Pagliari aveva detto che il serpente piumato ama il giallo, – dei pantaloni di lino e mocassini bianchi completano il suo abbigliamento. Se non sapessi chi è lo prenderei per un turista. Accanto a lui compare una donna avvolta in un abitino di cotone verde pastello che mette in risalto la bellezza delle sue gambe. Tiene la testa leggermente inclinata a sinistra e sembra studiarmi con curiosità. Devo avere un aspetto orribile ai suoi occhi e stupidamente me ne vergogno. È bella da togliere il fiato, di quella bellezza pericolosa perché innata. A fatica sposto la mia attenzione sull’uomo che mi parla: «Mi hanno riferito che lavori per me da quattro mesi, mai una pausa, mai un reclamo. Vivi sopra il più merdoso dei miei laboratori e mi dicono che sei uscito ben poche volte da lì. Ora mi chiedo, ti nascondi da qualcuno? Hai dei nemici che potrei ritrovarmi alla porta? La cosa non mi piacerebbe». «No, non ho nemici e non mi nascondo. Non conosco nessuno e non mi interessa uscire. A lavoro finito mi aspetto di venir pagato, non chiedo altro». «Ah, e quando pensi che finirà il tuo lavoro?»«Quando mi verrà detto».So di essere sotto esame e che la mia vita è nelle mani di quest’uomo, ma non posso fare a meno di sentire prepotente la presenza della donna al suo fianco e anche se mi sforzo di non guardarla la sua sensualità mi penetra nella pelle. Annuso il suo profumo con l’avidità che un moribondo userebbe per l’ultimo respiro. Il serpente mi fissa gelido, forse si è accorto del potere che la donna ha avuto su di me. È calato un pesante silenzio nel cortile interrotto solo dal passaggio di un aereo sopra le nostre teste, poi il boss mi parla ancora: «Sembri un tipo a posto e voglio darti fiducia. Da oggi non cucinerai più per me. Questo posto deve scomparire. Apriremo in altri luoghi e tu dovrai valutare la produzione dei nuovi laboratori. Il prodotto deve rendere al massimo del guadagno possibile, nessuna concessione alle consegne, nessuna bella pensata dei cuochi sulla ricetta. Si fa come dico io e basta. Non cercare di fregarmi e ti lascerò vivere, prova a mentirmi e sei un uomo morto. Ora datti una ripulita. I miei uomini non possono sembrare dei pezzenti». E mentre dentro di me gioisco come un bambino per essere ancora vivo mi rendo anche conto di aver raggiunto l’obiettivo della mia missione: ora conosco il volto del serpente. Pagliari sarà soddisfatto. Il mio lavoro sotto copertura è finito, potrò andarmene, ma qualcosa mi dice che non lo farò. Il profumo di quella donna mi è rimasto nelle narici. Dopo mesi in cui mi sono umiliato in quel buco pieno di polveri velenose, rinasco alla vita sulla scia di un profumo che so già mi porterà solo guai. Il tizio grande e grosso è tornato alle mie spalle e mi strappa ai miei pensieri con una gran manata: «Ehi cacasotto, oggi è il tuo giorno fortunato». Il serpente e la donna sono già scomparsi. L’energumeno continua: «Il capo elimina tutti i cuochi quando si sposta; a te è andata bene! Sei proprio un gran figlio di puttana!» E ridendo sguaiato seguita a spingermi con la canna del fucile nella schiena verso una porta nel muro che non avevo notato. Il mio solo errore è stato innamorarmi di te Chara, la donna del serpente piumato. Ho cercato di resistere, abbiamo cercato di resistere, ma le nostre mani si sfioravano ad ogni occasione, i nostri sguardi non si abbandonavano mai. Maledetto il giorno in cui il serpente mi ha permesso di vivere nella sua casa. Maledetto Pagliari che mi ha proibito di abbandonare la missione. Mi sei entrata nel sangue, mi hai completamente soggiogato. La tua pelle, le tue promesse mormorate fra mille baci e il modo in cui ti dai a me, tremando ogni volta per il pericolo di essere scoperti, sono il motivo per cui vivo e per cui morirò oggi, qui, adesso. Una vocina maligna mi sta sussurrando che solo ieri e solo a te ho confessato chi sono veramente e ora sono qui in ginocchio… rifiuto questo assurdo pensiero. Tu non puoi avermi tradito, tu mi ami, io lo so. Tu odi vivere accanto al serpente piumato. Mi hai raccontato di essere stata ceduta da tuo fratello a pagamento di un debito di droga e che il serpente piumato subito dopo lo ha ucciso davanti ai tuoi occhi. Le efferatezze a cui ti ha sottoposta per piegarti al suo volere sono uscite dalla tua bocca come conati di rabbia nera. Eppure, solo ieri e solo a te ho confessato chi sono veramente e ora sono qui in ginocchio… La moneta rotea in alto, sembra una sfera: «Testa vivi, croce muori…è semplice, – il serpente piumato si è chinato su Chara, – a meno che tu non mi dica la verità su quest’uomo». Chara tace, scosta la testa con un moto di disgusto e il serpente le afferra i capelli torcendogli il viso all’indietro, le vomita addosso tutta la sua rabbia velenosa: «Credevi non me ne accorgessi? Puttana, misera nullità, ti schiaccerò come merita una vipera come te! Nessuno può sfuggire al mio controllo. Pensavo lo avessi capito!» La moneta cade nella polvere e luccica come una pallottola di fucile. Il serpente la fissa come non la vedesse, poi fa un cenno ad uno dei suoi energumeni che avanzando veloce colpisce al viso Chara. La testa le si piega di lato, una, due volte e quando il serpente molla la presa sui capelli, Chara si accascia in avanti sul petto, ma neppure un lamento esce dalla sua bocca. Ora tocca a me. «Ora tocca a te, dimmi per chi lavori e tutto finirà presto. Non ho fretta, ho tutto il tempo che voglio. Fatti furbo, parla». «Tanto mi ucciderai lo stesso» gli sputo in faccia. «Ti ucciderò comunque, è vero, ma sarà indolore e se parlerai forse lascerò vivere Chara». «Non ti credo».«Hai ragione, non la lascerò vivere comunque». «Sei un bastardo». «Grazie» e con un cenno della mano scatena l’energumeno alle mie spalle. Perdo i sensi e quando mi riprendo sono a terra in posizione fetale. Qualcuno mi rimette in ginocchio con ben poca gentilezza. Sputo sangue e denti, scuoto la testa, ma i suoni mi arrivano ovattati, l’energumeno deve avermi rotto un timpano. Respiro a fatica e a stento riesco a socchiudere un occhio. Chara è ancora lì in ginocchio, a testa bassa. Il serpente continua a lanciare in aria e riprendere quella stramaledetta moneta con un ghigno sadico in volto. «Chara è stata fortunata, è uscita testa: vivrà. La manderò in qualche bordello o la venderò in qualche asta. È bella e le ho insegnato molti giochetti, mi renderà bene. Ma tu…tu sei un’altra cosa. Nessuno può prendersi gioco del serpente piumato. Tu sei un maledetto poliziotto, sei entrato nella mia casa, mi hai spiato e mi hai persino fottuto la donna. Lo capisci vero che non posso farti vivere? Quindi non hai più nulla da perdere. Ti offro una morte veloce in cambio del nome di chi ti ha mandato da me. A proposito quello che ha garantito per te è già morto, io voglio il nome di chi ti comanda!».«Lasciala libera e te lo dirò». Un calcio secco mi colpisce allo stomaco e girandomi di lato ricado con la faccia nella polvere. Il suo tirapiedi mi rimette in ginocchio e mi costringe a guardare mentre il serpente afferra i capelli di Chara e si prepara a colpirla in volto.«Hai sentito Chara, questo ratto di fogna vuole trattare la tua libertà. Che dici, glielo lasciamo fare? Giochiamo ancora un po’?» «No, mi hai annoiata, – Chara si alza in piedi, ha le mani libere e un’espressione dura in volto, – dammi la tua pistola» ordina all’uomo e appena questo obbedisce gli spara un colpo in mezzo agli occhi. La moneta rotola nella polvere. «Mi tirava troppo i capelli», si giustifica con voce neutra. Mi schiaccia la canna della pistola in mezzo alla fronte. «Se potessi vedere la tua faccia! Eh, già, il serpente piumato sono io, bravo, lo hai finalmente capito! Nel mio ambiente è difficile farsi valere se sei una donna. Chissà perché gli uomini che ho incontrato mi han sempre e solo voluto fottere, però sai, mi sono quasi commossa quando hai cercato di trattare per la mia vita, ma spero capirai, sono solo affari». Non aggiunge altro. Uno sparo e cado al suolo. L’ultima cosa che i miei occhi vedono è quella stramaledetta moneta che luccica nella polvere. di Graziella Porta Attualità Collaborazioni Eventi Incontri con Artisti Libri Poesia Racconti Senza categoria Storico
  • Cristina T.
    La situazione sociale delle donne in Italia nel 21° secolo richiede un grido di attenzione e un impegno costante se si vogliono abbattere le barriere, è nel contesto dell’ingiustizia di genere. Nonostante alcuni progressi, le donne italiane devono ancora affrontare sfide che vanno oltre la semplice narrazione dell’uguaglianza e richiedono un cambiamento culturale e sociale. Ci ritroviamo costantemente progressi latenti e risultati superficiali: sì, molte donne italiane hanno raggiunto obiettivi importanti, sfidato gli stereotipi e scalato le vette di settori precedentemente dominati dagli uomini. Tuttavia, non possiamo permetterci di accontentarci di vittorie isolate mentre persistono ingiustizie fondamentali. La disuguaglianza salariale, la violenza di genere e la mancanza di rappresentanza al potere sono sfide che gridano vendetta contro un sistema che ancora lo perpetua. La disuguaglianza salariale è giunta al momento di definirla e combatterla come discriminazione salariale. Le donne in Italia dovrebbero essere pagate equamente per la loro dedizione e talento. Non si possono più accettare scuse o ragioni superate, come la conquista dell’istruzione superiore, maggior rappresentanza politica, maggior dibattiti e attivismo sulla sensibilizzazione dell’argomento, piani economici atti all’imprenditoria femminile (sempre scarsi e difficili ad accedervi per mancanza di fondi dedicati), ecc. Sono condizioni ormai superate e non allori sui i quali il sistema si adagia da decenni giustificando che sono grandi mete raggiunte le quali anche esse hanno richiesto dure lotte e perseveranza di donne passate. La parità retributiva è il fondamento di una società giusta e prospera, ed è tempo di liberarsi delle catene che la imprigionano. Poi ci sono i crimini di genere perpetrati a danno delle donne che non possono più essere ignorati. Dobbiamo rialzarci, sfidare e spezzare le catene della paura e dell’impotenza. L’educazione, la sensibilizzazione e la punizione degli autori di questi atti sono cruciali per tutelare ogni donna e per costruire una società sicura che non sia solo un miraggio. Ormai ogni anno ci siamo ridotti alla conta della mattanza delle donne e sembra che poi rimane solo quel numero in più di vittima e non una vita stroncata da una società malata. Purtroppo sono tanti i punti a sfavore della condizione sociale della donna, non possiamo non aggiungere all’ordine del giorno la conciliazione lavoro-famiglia: essa non è solo una questione femminile, ma una sfida per la società nel suo insieme. Le donne non devono più tormentarsi sulla scelta tra carriera e famiglia. Basterebbe organizzarsi con strutture aziendali flessibili, congedi parentali adeguati e la convinzione che il contributo di ogni individuo sia apprezzato, indipendentemente dal genere. C’è bisogno della rivoluzione dell’uguaglianza: è tempo di una riforma dell’uguaglianza di genere in Italia. Non si può più di un sistema che relega la donna a uno status inferiore. Servono azioni concrete, un cambiamento culturale radicale che rompa le catene dell’ingiustizia di genere e liberi ogni donna dal peso di aspettative ormai superate. La situazione richiede non solo dialogo, non solo chiacchiere e paladini e paladine della giustizia, ma un cambiamento reale. Abbiamo la responsabilità di costruire un futuro in cui le donne siano libere dalla discriminazione e dalla violenza, un futuro in cui l’uguaglianza di genere sia lo stato di diritto, non le eccezioni. È tempo di alzarsi, combattere e costruire uno Stato che rifiuti le catene dell’ingiustizia e abbracci una condizione etica e sociale della donna, dobbiamo pretendere una società moralmente e eticamente costituita sulla giustizia di genere. di Silvia Piccolo
  • Cristina T.
    L’ analisi su Biancaneve sembra demagogica e soprattutto calcano le correnti di pensiero d’oltreoceano dove si giudicano fenomeni riportandoli a parole dei giorni nostri senza esaminare però il periodo storico che rispetta l’ epoca. Infatti Biancaneve e i sette nani è una fiaba popolare europea, che i fratelli Grimm, nel lontano 1812, misero per iscritto, divulgando quella che fino ad allora rappresentava un racconto popolare. Nel 1937 Walt Disney porta in scena il cartone animato che ci fa innamorare di questo personaggio,ma l’attrice e regista Cortellesi in un suo intervento alla Luiss capovolge il tutto facendo apparire le donne delle favole come sottomesse!.Analizziamo però Biancaneve della Disney che se si riflette bene rappresa un enorme modello di emancipazione femminile. Perché è vero che Biancaneve svolgeva un lavoro domestico ma rappresentava un modello femminile che conciliava la propria dimensione domestica con la voglia di decoro e di cura della propria immagine personale. A partire dal taglio di capelli modernissimo. Le cronache dell’epoca raccontano di tante donne che chiedevano alle proprie parrucchiere di avere il taglio di capelli alla Biancaneve. Per non parlare del fatto che Biancaneve esibiva sempre un bel rossetto rosso mela, ciglia arricciate e ben curate e fard sulle gote. Insomma era una donna che pur prendendosi cura dei suoi ometti non rinunciava alla propria femminilità. Possedeva un solo abito ma era sempre ben tenuto, senza pieghe, come nuovo. Questo è il modello di donna che ci ha tramandato quel cartone. Perché, cara Paola, non esistono donne belle e donne brutte, ma esistono donne che si prendono cura di se stesse e donne che si lasciano andare. E ciò a prescindere dal fatto che svolgano un lavoro domestico.Guardando ciò che fanno gli altri stiamo rinunciando alle nostre radici, rafforzando il “cancel culture” americana, che ad esempio sta demonizzando personaggi storici solo perché li si giudicano con occhi moderni. Cara Cortellesi hai fatto un film dove nessuno voleva scommettere quindi goditi il successo ma giù le mani dalle favole che servono per farci sognare!MilenaBonvissuto
  • Cristina T.
    Quando un’autrice o autore scrive di un epoca ben precisa si scoprono delle cose a cui magari non si presta attenzione. Vi siete mai chiesti come nascono le prime sfilate?Ebbene il glamour della passerella nasce intorno all’ ottocento,prima i vestiti si mettevano alle cosiddette “bambole” ossia i nostri manichini schierate dopo nei corridoi o in circolo in una stanza.Fu in un secondo momento che il padre dell’alta moda Charles Worth decise di fare indossare gli abiti alle donne della sua famiglia. Correva l’anno 1853,la prima a sfilare fu proprio la moglie Maria Vernet. Charles Worth inoltre fu l’inventore dell’etichetta ,fatta proprio per distinguersi da altre case sartoriali. In seguito a Parigi divenne moda trovare delle donne con una fisicità quasi perfetta e farle sfilare con delle pose adatte per mettere in evidenza il punto forte del vestito.Nasce così la figura delle mannequin come mestiere! E voi lo sapevate! Milena Bonvissuto autrice.
  • Cristina T.
    Continuando la nostra immersione nello stile gotico, il corsetto venne usato soprattutto come accessorio di seduzione. Ma qual è la sua origine? A quanto sembra già le donne Cretesi, oltre 2000 anni fa usavano qualcosa di molto simile per esaltare le forme femminili, tanto che la mitologia vuole che sia stata la stessa dea Afrodite a crearlo. Nei secoli è stato più volte ripreso e abbandonato seguendo soprattutto la moda del momento. Sembra che addirittura un medico del 400, che si arrogava l’invenzione di averne inventato un tipo particolare, asserisse che curasse i dolori della schiena e dell’artrosi, facendolo usare anche agli uomini. Il suo trionfo avvenne però nel 600 presso la corte di Spagna, quando si arricchì di pizzi e merletti, raso e seta, facendolo passare da indumento intimo a vero e proprio accessorio indispensabile alla seduzione e all’abbigliamento femminile. Si poteva indossare sia sopra una lunga veste allacciata al collo, con una mantellina sopra o da solo, su una gonna, in base a quanto si desiderava mostrare. Molte volte alcuni medici ne denunciarono la rischiosità, che costringeva gli organi interni in spazi talmente angusti dal limitarne pericolosamente le funzioni, fino a perforazioni dei polmoni stringendo le costole, e altri danni gravi. Per fortuna ora la moda sembra averne addolcito le forme e limitato l’uso solo a certe occasioni speciali. Cosa pensate di questo indumento? Lo usate o vi piacerebbe indossarlo?
  • Cristina T.
    Che tu sia gloria nel ventre della madre.Che tu sia nettare per coloro che invocano la tua grazia. Che tu sia libera: dai pregiudizi, dai tormenti e da chi non ha gli occhi per resistere alla tua luce. Che tu sia benedetta per chi soffre e ti rinnega. Che tu sia parole di conforto per chi non riesce a trovare la sua strada. Che tu sia il fuoco di un camino che riscalda le notti di un pellegrino.Che tu sia luce, per coloro che hanno smarrito la propria strada. Che tu sia amata e rispettata e che nessuno oscuri la tua luce.
  • Cristina T.
    La sparizione DPoirot e io stavamo aspettando il nostro vecchio amico, l’ispettore Japp di Scotland Yard. Eravamo seduti davanti al tavolino da tè in attesa del suo arrivo. Poirot aveva appena finito di sistemare con cura tazze e piattini che la nostra padrona di casa usava buttare sul tavolo invece di disporli con cura. Aveva anche respirato pesantemente sopra la teiera di metallo lustrandola poi con un fazzoletto di seta. Il bricco stava per bollire e non lontano, in una ciotola di smalto, c’era una densa crema di cioccolato, che a Poirot piaceva molto più di quello che lui descriveva come “il vostro veleno inglese”. Si udì bussare con fermezza al piano di sotto e pochi minuti dopo entrò Japp con passo vivace. «Spero di non essere in ritardo» disse salutandoci. «A dire il vero sono stato a parlare con Miller, che si occupa del caso Davenheim.» Drizzai le orecchie. Negli ultimi tre giorni i giornali non avevano fatto altro che parlare della strana scomparsa del signor Davenheim, socio anziano della Davenheim e Salmon, famosa banca d’affari. Il sabato era uscito di casa e da allora non era più stato visto. Ero impaziente di estorcere a Japp qualche particolare interessante. «Pensavo» osservai «che al giorno d’oggi dovrebbe essere quasi impossibile “scomparire”.» Poirot spostò di un millimetro il vassoio con il pane imburrato e disse in tono brusco: «Siate preciso, amico mio, che cosa intendete per “scomparire”? A quale categoria di scomparsa vi riferite?». «Perché, le scomparse sono classificate ed etichettate?» chiesi ridendo. Anche Japp sorrise e Poirot ci guardò accigliato. «Certo! Le categorie sono tre: la prima, la più comune, è la scomparsa volontaria; la seconda è il caso, di cui si fa molto abuso, della “perdita di memoria”, che qualche volta, anche se raramente, è autentica; la terza è l’omicidio con l’eliminazione, più o meno riuscita, del cadavere. Vi riferite a tutte e tre quando dite che è quasi impossibile scomparire?» «Direi quasi di sì. Capiterà forse che qualcuno perda la memoria, ma certamente ci sarà sempre chi lo riconoscerà, soprattutto nel caso di un uomo noto come Davenheim. Inoltre i corpi non si possono far sparire nel nulla, presto o tardi saltano fuori nascosti in un luogo solitario o in un baule. Tutti i nodi vengono al pettine. Allo stesso modo l’impiegato disonesto, oppure colui che abbandona la famiglia, sono destinati a essere ritrovati in questi tempi in cui ormai l’uso del telefono e del telegrafo dilaga. Può essere estradato dai paesi stranieri; i porti e le stazioni ferroviarie sono sorvegliati e, quanto a nascondersi in questo paese, i lineamenti e l’aspetto di Davenheim saranno familiari a chiunque legga un quotidiano. Deve fare i conti con la civiltà.» «Mon ami,» disse Poirot «commettete un errore. Voi non prendete in considerazione il fatto che un uomo deciso a eliminare un altro uomo – o se stesso in senso figurato – potrebbe essere quella rara macchina che è l’uomo metodico. Potrebbe mettere in quell’impresa intelligenza, talento e un accurato studio dei particolari; in tal caso non vedo perché non dovrebbe riuscire a beffare la polizia.» «Ma non voi, suppongo,» chiese Japp di buonumore strizzandomi l’occhio «non potrebbe beffare voi, vero, monsieur Poirot?» Poirot si sforzò di apparire modesto con ben scarso successo. «Io? Anche, perché no? È vero che il mio approccio a questi problemi si basa sulla scienza esatta e la precisione matematica, cose ahimè fin troppo rare nella nuova generazione di investigatori!» Japp sorrise ancora più apertamente. «Non so» disse. «Miller, che si occupa di questo caso, è un uomo in gamba. Potete essere certo che non trascurerà un’impronta digitale, la cenere di sigaro e tantomeno una briciola di pane. I suoi occhi vedono tutto.» «Come i passeri di Londra, mon ami» ribatté Poirot. Tuttavia non mi rivolgerei a quegli uccellini marroni per risolvere il problema della scomparsa di Davenheim.» «Via, monsieur, non vorrete minimizzare il valore dei particolari nelle indagini?» «Niente affatto. Queste cose vanno bene a loro modo, il pericolo è che assumano un’indebita importanza. La maggior parte dei particolari è insignificante, soltanto uno o due sono vitali. È il cervello, le piccole cellule grigie,» si batté una mano sulla fronte «la cosa su cui bisogna basarsi. I sensi inducono in errore. Bisogna cercare la verità dall’interno, non dall’esterno.» «Non vorrete dire, monsieur Poirot, che vi apprestereste a risolvere un caso senza muovervi dalla vostra sedia, vero?» «È esattamente quello che voglio dire, purché abbia a disposizione i fatti. Io mi considero un consulente specializzato.» Japp si batté il ginocchio. «Che mi venga un colpo se non vi prenderò in parola. Scommetto una banconota da cinque che non siete in grado di mettere le mani – o magari di dirmi come io posso mettere le mani – sul signor Davenheim, vivo o morto, entro una settimana.» Poirot rifletté. «Eh bien, mon ami, accetto, le sport è la passione di voi inglesi. Adesso… i fatti.» «Sabato scorso, come sua abitudine, Davenheim ha preso il treno delle dodici e quaranta da Victoria Station diretto a Chingside, dove si trova la sua lussuosa tenuta di campagna, I Cedri. Dopo pranzo ha passeggiato nella sua proprietà dando varie istruzioni ai giardinieri. Tutti concordano nell’affermare che i suoi modi erano assolutamente normali e consueti. Dopo aver preso il tè ha cacciato la testa nel boudoir di sua moglie dicendole che sarebbe andato a fare due passi in paese per imbucare delle lettere. Ha aggiunto che aspettava un certo signor Lowen per questioni di affari. Se fosse arrivato prima del suo ritorno bisognava farlo passare in studio e chiedergli di aspettare. Poi è uscito dalla porta principale, ha percorso con calma il vialetto, ha varcato il cancello e… non è stato più visto. Da quel momento è completamente svanito.» «Interessante, molto interessante… un problemino affascinante» mormorò Poirot. «Continuate, mio buon amico.» «Circa un quarto d’ora dopo un uomo alto e bruno con folti baffi neri ha suonato il campanello e ha spiegato di avere un appuntamento con il signor Davenheim. Ha detto di chiamarsi Lowen ed è stato fatto accomodare nello studio, come aveva ordinato il banchiere. È passata quasi un’ora e il signor Davenheim non è tornato. Alla fine il signor Lowen ha suonato il campanello per chiamare il cameriere e ha spiegato di non poter attendere oltre perché doveva riprendere il treno per tornare in città. «La signora Davenheim si è scusata per l’assenza del marito, che appariva inspiegabile, visto che lui le aveva detto di aspettare un ospite. Il signor Lowen ha ripetuto di essere dispiaciuto e se n’è andato. «Bene, come tutti sanno, il signor Davenheim non è tornato. La domenica mattina di buon’ora la polizia è stata informata della scomparsa ma non è riuscita a risolvere nulla. Sembrava che il signor Davenheim si fosse letteralmente volatilizzato. Non era andato all’ufficio postale e nemmeno era stato visto attraversare il paese. Alla stazione erano sicuri che non fosse partito con un treno, e la sua macchina non aveva lasciato il garage. Se avesse noleggiato una macchina richiedendo che lo venisse a prendere in qualche punto isolato, è quasi sicuro che a quest’ora, considerata l’alta ricompensa offerta per qualunque notizia, l’autista si sarebbe fatto avanti per dire quello che sa. È vero che a otto chilometri di distanza, a Enfield, si svolgeva una gara ippica di scarso rilievo e che se lui fosse andato a piedi fino a quella stazione sarebbe potuto passare inosservato in mezzo alla folla. Ma subito dopo su tutti i giornali sono state pubblicate una sua foto e una descrizione accurata, e fino a questo momento nessuno è riuscito a dare qualche notizia. Naturalmente abbiamo ricevuto molte lettere da ogni parte dell’Inghilterra, ma finora tutti gli indizi sono stati deludenti. «Lunedì mattina è stata fatta un’ulteriore scoperta sensazionale. Dietro una portière nello studio del signor Davenheim c’è una cassaforte. Questa cassaforte era stata scassinata e svuotata. Le finestre erano chiuse saldamente dall’interno, il che fa scartare la possibilità di un ladro comune, a meno che, naturalmente, un complice nella casa non le abbia richiuse dopo. D’altro canto, dato che domenica la casa era stata in subbuglio, è probabile che il furto possa essere stato compiuto il giorno prima, sabato, e che nessuno se ne sia accorto fino a lunedì.» «Précisément» disse Poirot seccamente. «Bene, è stato arrestato ce pauvre monsieur Lowen?» Japp sorrise. «Non ancora, ma è sotto severa sorveglianza.» Poirot annuì. «Che cosa è stato portato via dalla cassaforte, lo sapete?» «Stiamo esaminando questo problema con l’altro socio della banca e con la signora Davenheim. Pare che contenesse una grossa cifra in titoli al portatore e una forte somma in banconote dato che era stata appena conclusa una importante transazione di affari. C’era anche un piccolo patrimonio in gioielli. Tutti i gioielli della signora Davenheim erano riposti nella cassaforte. Negli ultimi anni per suo marito era diventata una passione acquistarne e non passava mese che non le donasse qualche gemma rara e preziosa.» «Nel complesso un buon bottino» disse Poirot pensosamente. «E adesso, che cosa si sa di questo Lowen? Qualcuno sa di che genere di affari dovesse parlare con Davenheim quella sera?» «Be’, sembra che apparentemente i due non fossero in buoni rapporti. Lowen è uno speculatore, ma di piccolo calibro. Tuttavia è riuscito una o due volte a soffiare qualche buon affare a Davenheim, anche se pare che raramente si incontrassero o persino che non si siano mai incontrati. Dovevano parlare di certe azioni sudamericane e per questo Davenheim gli aveva dato appuntamento.» «Davenheim aveva interessi anche in Sud America?» «Credo di sì. La signora Davenheim ha accennato al fatto che lui aveva trascorso tutto lo scorso autunno a Buenos Aires.» «Qualche guaio nella vita familiare? Marito e moglie andavano d’accordo?» «Direi che la vita familiare era serena e tranquilla. La signora Davenheim è una donna gentile, non molto intelligente. Mi sembra proprio una nullità.» «Allora non dobbiamo cercare lì la soluzione del mistero. Lui aveva qualche nemico?» «Aveva moltissimi rivali nel campo della finanza, e indubbiamente molte persone sulle quali ha avuto la meglio in alcuni affari non hanno una simpatia particolare per lui. Ma è improbabile che qualcuna di queste persone lo abbia eliminato e, se anche così fosse, dov’è il cadavere?» «Esatto. Come sostiene Hastings, i cadaveri hanno l’abitudine di venire alla luce con una pertinacia fatale.» «Tra l’altro, uno dei giardinieri afferma di aver visto una persona aggirare la casa e dirigersi verso il roseto. La lunga portafinestra dello studio si apre sul roseto e spesso il signor Davenheim entrava e usciva da lì. Ma il giardiniere era piuttosto lontano, stava allestendo un riparo per i cetrioli e non è in grado di dire se si trattasse del suo padrone o no. Inoltre non è nemmeno in grado di stabilire un’ora precisa, ma dev’essere stato prima delle sei, dato che i giardinieri smettono di lavorare a quell’ora.» «E a che ora il signor Davenheim ha lasciato la casa?» «Intorno alle cinque e mezzo.» «Che cosa c’è dietro il roseto?» «Un lago.» «Con un capanno per le barche?» «Sì. Vi sono un paio di barchini. Suppongo che stiate pensando al suicidio, monsieur Poirot, vero? Be’, posso dirvi che domani Miller andrà lì per far dragare quel tratto di lago. Ecco che tipo di uomo è Miller!» Poirot fece un vago sorriso e si rivolse a me. «Hastings, per favore, passatemi quella copia del “Daily Megaphone”. Se ricordo bene, c’è una fotografia insolitamente chiara dell’uomo scomparso.» Mi alzai, trovai il giornale che mi era stato richiesto, e Poirot esaminò con attenzione i lineamenti del volto. «Uhm…!» mormorò. «Porta i capelli piuttosto lunghi e ondulati, ha grossi baffi, barbetta a punta e sopracciglia cespugliose. Gli occhi sono scuri?» «Sì.» «Capelli e barba tendenti al grigio?» L’ispettore annuì. «Bene, monsieur Poirot, che cosa mi dite? Chiaro come la luce del sole, no?» «Al contrario, molto oscuro.» L’uomo di Scotland Yard parve compiaciuto. «Il che mi dà grandi speranze di risolvere il caso» concluse Poirot in tono placido. «Come?» «Quando un caso è oscuro, a me sembra un buon segno. Se una cosa è chiara come la luce del giorno… eh bien, non fidatevi! Qualcuno ha fatto in modo di renderla tale.» Japp scosse la testa quasi con espressione di compatimento. «Bene, ciascuno la pensi come vuole. Ma non è male vedere la strada che si ha davanti con chiarezza.» «Io non vedo,» mormorò Poirot «chiudo gli occhi… e penso.» Japp sospirò. «Bene, avete un’intera settimana per pensare.» «E mi farete sapere tutti i nuovi sviluppi, per esempio il risultato delle fatiche dell’ispettore Miller, che lavora così duramente e ha occhi di lince?» «Certo, questo rientra nei patti.» Mentre lo accompagnavo alla porta Japp mi disse: «Mi sembra una vergogna, vero? È come derubare un bambino». Sorrisi e non potei fare a meno di dichiararmi d’accordo. Stavo ancora sorridendo quando rientrai nella stanza. «Eh bien!» disse subito Poirot. «Vi prendete gioco di papà Poirot, vero?» Agitò il dito verso di me. «Non vi fidate delle sue cellule grigie, vero? Oh, non confondetevi! Discutiamo di questo problemino che, per quanto incompleto, lo ammetto, indica però già alcuni punti interessanti.» «Il lago!» dissi io eloquentemente. «E ancora di più del lago, il capanno delle barche!» Guardai Poirot di sottecchi. Sorrideva in quel suo modo impenetrabile e mi resi conto che, almeno per il momento, sarebbe stato del tutto inutile continuare a interrogarlo. Non sapemmo nulla di Japp fino alla sera successiva, quando arrivò verso le nove. Dall’espressione del suo volto capii subito che non vedeva l’ora di comunicarci qualcosa. «Eh bien, amico mio» osservò Poirot. «Va tutto bene? Ma non ditemi che avete scoperto il cadavere del signor Davenheim perché non vi crederò.» «Non abbiamo scoperto il cadavere ma abbiamo trovato i suoi vestiti… gli abiti che indossava quel giorno. Che ne dite?» «Mancano altri indumenti da casa?» «No, il suo maggiordomo è sicurissimo. Il resto del guardaroba è intatto. Ma c’è dell’altro. Abbiamo arrestato Lowen. Una delle cameriere, che ha il compito di chiudere le finestre delle camere da letto, afferma di aver visto Lowen arrivare verso lo studio attraverso il roseto all’incirca alle sei e un quarto, cioè una decina di minuti prima che lui lasciasse la casa.» «Che cosa dice Lowen di questo?» «Per prima cosa ha negato di aver mai lasciato lo studio, ma la cameriera era sicura e allora lui ha finto di aver dimenticato di essere uscito dalla portafinestra per guardare un’insolita specie di rose. Una storia che non regge! E stanno venendo alla luce nuove prove contro di lui. Il signor Davenheim portava sempre un grosso anello d’oro con un diamante al mignolo della mano destra. Bene, questo anello è stato impegnato sabato sera a Londra da un tizio che si chiama Billy Kellett! È già noto alla polizia, è stato in carcere tre mesi l’autunno scorso per aver rubato l’orologio di un vecchio signore. Sembra che abbia tentato di impegnare l’anello in cinque posti diversi, che sia riuscito solo nell’ultimo, si sia preso un’enorme sbronza con il ricavo, abbia aggredito un agente di polizia e per questo sia stato arrestato. Sono andato con Miller in Bow Street e l’ho visto. Adesso è abbastanza sobrio e devo ammettere che lo abbiamo un po’ spaventato dicendogli che potrebbe essere accusato di omicidio. Ecco quello che lui racconta, ed è una storia piuttosto strana. «Sabato si è recato alle corse di Enfield, anche se si potrebbe dire che l’oggetto del suo interesse sono le spille da cravatta e non le scommesse. Comunque la giornata gli è andata male, è stato sfortunato. Procedeva lungo la strada per Chingside e si è seduto in un fosso per riposarsi prima di arrivare in paese. Qualche minuto dopo ha visto un uomo arrivare lungo la strada che portava al villaggio: “Un signore dalla pelle scura, con grandi baffi, un elegantone di città”, così lo ha descritto. «Kellett era seminascosto da un mucchio di pietre. Poco prima di arrivargli vicino l’uomo si è guardato attorno rapidamente e, vedendo che la strada sembrava deserta, ha preso un minuscolo oggetto dalla tasca e l’ha gettato oltre la siepe. Poi ha proseguito verso la stazione. Ora, l’oggetto che aveva scaraventato oltre la siepe era caduto producendo un lieve tintinnio, il che aveva suscitato la curiosità di quel relitto umano che stava nel fosso. Ha cominciato a guardarsi attorno e dopo una breve ricerca ha scoperto l’anello! Questa è la storia che racconta Kellett. È corretto affermare che Lowen la nega recisamente, ed è chiaro che non si può contare per nulla sulla parola di un uomo come Kellett perché c’è il legittimo dubbio che abbia incontrato Davenheim sulla strada, lo abbia derubato e poi lo abbia ucciso.» Poirot scosse la testa. «Molto improbabile, mon ami. Non aveva modo di liberarsi del cadavere. A quest’ora sarebbe stato ritrovato. Inoltre, il modo scoperto in cui ha impegnato l’anello fa ritenere assai improbabile che abbia ucciso per impadronirsene. In terzo luogo, un ladro raramente è anche un assassino. In quarto luogo, dato che è in prigione da sabato, sarebbe una coincidenza troppo strana che sia in grado di fornire una descrizione così accurata di Lowen.» Japp annuì. «Non dico che voi non abbiate ragione, tuttavia non si riuscirà a far prendere molto sul serio a una giuria la prova fornita da un ex carcerato. Quello che mi sembra strano è che Lowen non sia riuscito a trovare un modo migliore per liberarsi dell’anello.» Poirot scrollò le spalle. «Alla fine, se fosse stato rinvenuto nelle vicinanze, si sarebbe potuto credere che lo stesso Davenheim lo avesse gettato via.» «Ma perché rimuoverlo dal cadavere?» «Ci potrebbe essere un motivo per questo» rispose Japp. «Sapete che oltre il lago c’è un cancelletto che immette al colle, e a tre minuti di distanza a piedi si arriva… pensateci bene… a un forno per la calce.» «Santo cielo!» esclamai. «Volete dire che la calce potrebbe aver distrutto il cadavere ma non essere riuscita a intaccare il metallo dell’anello?» «Esattamente.» «Mi sembra» dissi «che questo spieghi tutto. Che orribile delitto!» Ci voltammo entrambi a guardare Poirot, che sembrava assorto, le sopracciglia aggrottate, come se fosse stato teso in un violento sforzo mentale. Avevo l’impressione che finalmente il suo acuto intelletto stesse per avere la meglio. Quali sarebbero state le sue prime parole? Non ci lasciò a lungo nel dubbio. Con un sospiro, si rilassò e, dopo essersi voltato verso Japp, chiese: «Avete idea, amico mio, se il signore e la signora Davenheim occupassero la stessa camera da letto?». La domanda sembrava così assurdamente inopportuna che per un attimo Japp e io lo fissammo in silenzio. Poi Japp scoppiò a ridere. «Santo cielo, monsieur Poirot, immaginavo che sareste venuto fuori con qualcosa di sbalorditivo. Quanto alla vostra domanda, non lo so.» «Potreste appurarlo?» chiese Poirot con una strana insistenza. «Oh, certo, se volete veramente saperlo.» «Merci, mon ami. Vi sarò obbligato se me lo farete sapere.» Japp lo guardò ancora per qualche minuto ma Poirot sembrava essersi dimenticato di noi. L’ispettore scosse tristemente la testa guardandomi e mormorò: «Povero amico! La guerra è stata troppo per lui!» e si ritirò senza far rumore dalla stanza. Dal momento che Poirot sembrava assorto in un sogno a occhi aperti, presi un foglio di carta e mi divertii a scarabocchiarvi qualche appunto. La voce del mio amico mi fece sussultare. Era uscito dalle sue fantasticherie e appariva sveglio e attento. «Que faites vous là, mon ami?» «Stavo buttando giù quelli che mi sembrano i punti più interessanti di questa faccenda.» «Finalmente siete diventato metodico!» commentò Poirot in tono di approvazione. Nascosi il mio compiacimento. «Volete che ve li legga?» «Senz’altro.» Mi schiarii la gola. «“Uno: tutte le prove stanno a indicare che Lowen è la persona che ha forzato la cassaforte. «“Due: ce l’aveva con Davenheim. «“Tre: ha mentito la prima volta in cui ha dichiarato di non avere mai lasciato lo studio. «“Quattro: se si accetta per vero quello che dice Billy Kellett, Lowen è senz’altro implicato.”» Mi interruppi. «Bene?» chiesi, perché mi pareva di avere messo il dito sui punti essenziali. Poirot mi guardò con compatimento e scosse la testa lentamente. «Mon pauvre ami, non siete proprio portato! Non sapete mai capire qual è il particolare importante e per di più il vostro modo di ragionare è sbagliato.» «Perché?» «Prendiamo i vostri quattro punti. «Uno: il signor Lowen non poteva sapere che avrebbe avuto la possibilità di aprire la cassaforte. È venuto per una discussione di affari, non poteva sapere prima che il signor Davenheim si sarebbe assentato per andare a imbucare una lettera e che, di conseguenza, lui sarebbe rimasto solo nello studio!» «Avrebbe potuto approfittare dell’occasione» suggerii. «E gli strumenti? I signori di città non si portano appresso gli strumenti da scasso nell’evenienza di una possibilità di questo genere! E, bien entendu, quella cassaforte non si apre con un temperino!» «Bene, e allora passiamo al numero due.» «Dite che Lowen ce l’aveva con Davenheim. Quello che intendete è che una o due volte ha avuto la meglio su di lui in qualche affare. In ogni caso non si porta rancore a un uomo che si è battuto, è più probabile che accada il contrario. Se rancore c’era, doveva stare dalla parte del signor Davenheim.» «Non potete negare che abbia mentito quando ha detto che non ha mai lasciato lo studio, vero?» «No, ma può darsi che fosse spaventato. Ricordate, erano appena stati scoperti nel lago i vestiti dell’uomo scomparso. Ovviamente, come al solito, avrebbe fatto meglio a dire la verità.» «E il quarto punto?» «Questo ve lo concedo. Se la storia che racconta Kellett è vera, Lowen è innegabilmente implicato; è questo che rende la cosa così interessante.» «Allora sono riuscito a capire un punto essenziale!» «Forse… ma avete completamente trascurato i due punti più importanti. Quelli che senz’altro racchiudono l’indizio per scoprire tutta la verità.» «E quali sono, per favore?» «Uno, la passione per i gioielli che si era impadronita del signor Davenheim in questi ultimi anni. Due, il suo viaggio a Buenos Aires nello scorso autunno.» «Poirot, state scherzando?» «Sono serissimo. Ah, maledizione, spero che Japp non si dimentichi della mia piccola commissione.» Ma l’ispettore, che era entrato nello spirito del gioco, se ne era ricordato così bene che verso le undici del giorno successivo Poirot ricevette un telegramma. Su sua richiesta lo aprii e lo lessi a voce alta: «“Marito e moglie dall’inverno scorso occupavano stanze separate”». «Ah!» esclamò Poirot. «E ora siamo a metà giugno! È tutto risolto.» Lo guardai con gli occhi spalancati. «Non avete del denaro depositato alla Banca Davenheim e Salmon, mon ami?» «No» risposi io, perplesso. «Perché?» «Perché vi consiglierei di ritirarlo… prima che sia troppo tardi.» «Perché, che cosa vi aspettate?» «Mi aspetto un grosso tracollo tra pochi giorni, forse anche prima. Il che mi fa venire in mente che dobbiamo ricambiare la cortesia di Japp con una dépêche. Una matita, per favore, e un modulo, voilà! “Vi consiglio ritirare eventuale denaro depositato presso banca in questione.” La cosa lo renderà perplesso, il buon Japp! I suoi occhi si spalancheranno… tanto! Non capirà assolutamente nulla… fino a domani… o a dopodomani!» Io continuavo a essere scettico ma il giorno dopo fui costretto a rendere il dovuto tributo alle notevoli capacità del mio amico. Su tutti i giornali c’erano titoli a caratteri cubitali che annunciavano il sensazionale fallimento della banca Davenheim. La scomparsa del famoso finanziere assumeva un aspetto affatto diverso alla luce della rivelazione delle condizioni finanziarie della banca. Non eravamo ancora a metà della prima colazione quando la porta si spalancò e Japp entrò. Nella mano sinistra aveva un giornale, nella destra il telegramma di Poirot, che lanciò con violenza sul tavolo davanti al mio amico. «Come avete fatto a saperlo, monsieur Poirot? Come diavolo ci siete riuscito?» Poirot gli fece un sorriso placido. «Ah, mon ami, dopo il vostro telegramma è stata una certezza! Fin dall’inizio, vedete, ho pensato che il furto fosse piuttosto importante. Gioielli, denaro in contanti, titoli al portatore – tutto così accuratamente predisposto… per chi? Bene, il buon monsieur Davenheim era una di quelle persone che pensano soltanto a se stesse. Sembrava quasi sicuro che avesse predisposto tutto… per se stesso! Poi quella passione che gli era nata in questi ultimi anni per l’acquisto di gioielli! Semplicissimo. Ha convertito il denaro di cui si è appropriato alla banca in gioielli, molto probabilmente sostituendoli con duplicati, e ha riposto in luogo sicuro, sotto un altro nome, un patrimonio considerevole che avrebbe potuto godere appieno a tempo debito, dopo aver fatto perdere le sue tracce. Portato a termine questo piano prende appuntamento con il signor Lowen (che in passato è stato abbastanza imprudente da attraversare una o due volte la strada del grand’uomo), forza la cassaforte, e dà ordine che l’ospite sia introdotto nello studio, poi se ne esce di casa per andare… dove?» Poirot si interruppe, tese la mano per prendere un altro uovo sodo e, aggrottando la fronte, mormorò: «È davvero insopportabile che ogni gallina deponga un uovo di misura diversa! Che simmetria ci può essere su un tavolo della prima colazione? Quantomeno al negozio dovrebbero vagliarne ogni dozzina a seconda della misura!». «Non preoccupatevi per le uova» disse spazientito Japp. «Lasciate che le depongano anche quadrate, se a loro garba. Diteci dove è andato il nostro amico quando ha lasciato I Cedri… voglio dire, se lo sapete!» «Eh bien, è andato nel suo nascondiglio. Ah, questo monsieur Davenheim! Ci sarà qualche malformazione nelle sue cellule grigie ma bisogna dire che sono di prima qualità.» «Sapete dove si nasconde?» «Certo, ha avuto un’idea molto ingegnosa.» «Per amor di Dio, allora ditecelo!» Poirot raccolse delicatamente tutti i frammenti di guscio dal piatto, li mise nel portauovo e vi posò sopra il guscio vuoto. Effettuata questa piccola operazione, sorrise alla vista del risultato ordinato, poi ci guardò sorridendo con affettuosità. «Via, amici, siete intelligenti. Ponetevi la domanda che io ho posto a me stesso: “Se io fossi quell’uomo dove mi nasconderei?”. Hastings, voi che cosa ne dite?» «Be’,» risposi io «penso che non scapperei, resterei a Londra, dove ferve la vita; mi sposterei in autobus e con la sotterranea e scommetto dieci contro uno che non sarei mai riconosciuto. Nella folla si è al sicuro.» Poirot si rivolse a Japp con espressione interrogativa. «Non sono d’accordo. Sparire subito è l’unica probabilità di farcela. Avrei avuto tutto il tempo possibile per preparare in anticipo le cose, avrei fatto attendere un panfilo con i motori accesi e me ne sarei partito per uno degli angoli più remoti del mondo prima che scoppiasse il pandemonio!» Guardammo entrambi Poirot: «E voi che ne dite, monsieur?». Per un attimo rimase silenzioso, poi uno stranissimo sorriso gli aleggiò sul volto. «Amici miei, se io volessi sfuggire alla polizia, sapete dove mi nasconderei? In un carcere.» «Come?» «Cercate monsieur Davenheim per metterlo in prigione, quindi non vi sognate di andare a vedere se non è già dentro.» «Che cosa intendete dire?» «Mi avete detto che madame Davenheim non è una donna molto intelligente. Tuttavia suppongo che se la portaste in Bow Street e la metteste a confronto con quel Billy Kellett lei lo riconoscerebbe! Malgrado si sia rasato la barba e i baffi e le sopracciglia cespugliose e si sia tagliato i capelli molto corti. Una donna riconosce quasi sempre il proprio marito, anche se il resto del mondo può lasciarsi trarre in inganno.» «Billy Kellett? Ma è noto alla polizia!» «Non vi ho detto che Davenheim è un uomo astuto? Ha preparato il suo alibi molto tempo prima. L’autunno scorso non è stato a Buenos Aires: stava creando il personaggio di Billy Kellett, si faceva tre mesi di carcere in modo che la polizia non avesse sospetti al momento giusto; ricordatevi che era in ballo un grosso patrimonio oltre che la sua libertà. Valeva la pena di fare le cose per bene. Solo che…» «Sì?» «Eh bien, dopo ha dovuto portare una barba finta e una parrucca, ha dovuto di nuovo truccarsi da se stesso, e dormire con una barba finta non è semplice, è troppo facile che si scopra il trucco! Non può correre il rischio di continuare a condividere la stanza con sua moglie. Voi avete appurato per conto mio che negli ultimi sei mesi, o forse da quando è tornato dal suo finto viaggio a Buenos Aires, lui e la signora Davenheim hanno occupato stanze separate. A questo punto ho avuto la certezza, tutto combaciava. Il giardiniere che ha immaginato di aver visto il suo padrone fare il giro della casa aveva ragione; infatti il nostro amico è andato al capanno delle barche e ha indossato i suoi abiti da vagabondo, che sicuramente erano stati nascosti affinché il suo maggiordomo non li vedesse. Ha buttato gli altri nel lago e si è accinto ad attuare il suo piano. Ha impegnato l’anello in modo da farsi notare, poi ha aggredito un poliziotto per farsi condurre al sicuro nel carcere di Bow Street dove nessuno si sarebbe sognato di cercarlo!» «È impossibile» mormorò Japp. «Chiedetelo a madame» disse il mio amico sorridendo. Il giorno successivo accanto al piatto di Poirot c’era una raccomandata. Lui aprì la busta dalla quale svolazzò fuori una banconota da cinque sterline. Il mio amico aggrottò le sopracciglia. «Ah, sacré, ma cosa me ne faccio? Ho molti rimorsi. Ce pauvre Japp. Ah, ho un’idea. Faremo una cenetta noi tre! Questo mi consola, è stato davvero troppo facile, me ne vergogno. Io, che non deruberei un bambino… Mille tonnerres! Mon ami, che cosa avete da ridere così?» Titolo originale: The Disappearance of Mr Davenheim In Poirot Investigates, 1924 (Hercule Poirot indaga) Traduzione di Lydia Lax
  • Cristina T.
    di Rosa Provenzano, autrice del libro “Oltre le crepe del cuore”. Bianca tornava a casa sempre allo stesso orario, sempre con lo stesso tram. La quotidianità per lei aveva una sua bellezza: il viaggio, la meta, la gente, ognuno con la propria vita e con le proprie scelte. Anche in tram ognuno faceva la propria scelta: C’era chi decideva di ascoltare la musica, chi di leggere un libro, chi di continuare a lavorare o di studiare. Poi c’era chi, come lei, sceglieva di guardare fuori dal finestrino; le strade, i palazzi, le persone che scorrevano davanti ai suoi occhi le infondevano serenità. Tutto ciò che vedeva scompariva per non ripresentarsi più nel medesimo modo. La stessa cosa accadeva con i suoi pensieri, andavano e venivano, poi scomparivano e non erano più gli stessi; come le strade e i palazzi, non le appartenevano, scivolavano lontani da lei. Quando varcò la porta del suo appartamento si sentì scuotere nel profondo da una sensazione di angoscia, come se dietro quella porta chiusa avesse lasciato la gioia e i colori della vita e si fosse addentrata nel grigiore malinconico dell’autunno. In quel momento si sentì a terra, come una foglia caduta dall’albero. Era da tanto che non le succedeva di sentirsi così persa, ma quello che era accaduto il giorno prima aveva riesumato il passato e con esso la sofferenza che aveva vissuto. A passi lenti si avvicinò alla finestra; stava iniziando a piovere. Le era sempre piaciuto il rumore della pioggia, quel ticchettio tipico e cadenzato, sui vetri delle finestre, dove le gocce continuano a scendere, a inseguirsi, a incrociarsi in un gioco costante e sommesso. C’erano tanti ricordi legati alla pioggia, alcuni piacevoli, altri amari, sensazioni e pensieri nascosti in ogni singola lacrima del cielo. Ricordi che giungevano all’improvviso come le onde del mare grigio in tempesta. Ricordi che si affacciavano, scomparivano, tornavano e si intrecciavano, come le gocce che bagnavano i vetri. Si passò una mano tra i capelli e sospirò profondamente. Anche quel giorno di tre anni prima pioveva… “Sbam” Ricordava ancora il rumore della porta che si richiudeva dietro Filippo che andava via all’improvviso, buttandosi alle spalle ciò che c’era stato fra di loro fino a pochi momenti prima. Filippo… si conoscevano dai tempi dell’università. Lui era così affascinante e intrigante con i suoi meravigliosi occhi verdi, nei quali si era persa fin dalla prima volta che lo aveva visto. Ricordava come si sentiva impacciata in sua compagnia; poi lui aveva fatto il primo passo e da quel giorno la vita le era apparsa meravigliosa. Per tanti anni aveva pensato di essere la persona più fortunata del mondo perché accanto a lei c’era Filippo, il suo mondo; un mondo dorato, una vita perfetta arricchita ancora di più dalla nascita di Greta. Mentre guardava la pioggia bagnare i vetri i suoi occhi si riempirono di lacrime. Si girò verso la stanza e con lo sguardo appannato lo rivide lì, come l’ultima volta, seduto sul divano con il cappotto nuovo sulle ginocchia e con una leggera espressione di preoccupazione in viso. Quel giorno era rientrata trafelata dal lavoro; appena aperta la porta aveva visto prima lui e poi il trolley. “Stava partendo? Per dove? E perché?” Aveva provato diverse sensazioni che si erano rincorse una dopo l’altra; stupore, terrore e impotenza. Si era fermata di colpo sulla soglia, come se una forza sconosciuta e misteriosa la trattenesse. Non aveva osato andare oltre; il suo cuore aveva iniziato a battere all’impazzata e i suoi pensieri si erano offuscati portando nella nebbia anche la sua voce. In quel momento aveva pensato di scappare, nascondersi, chiudere quella porta e riaprirla nuovamente, perché forse si era trattato solo di un sogno… o di un incubo. “Sbam” Sì, ricordava il rumore della porta che si richiudeva, mentre lui trascinava con sé il trolley che aveva preparato per giorni di nascosto. “Sbam” Un rumore assordante, che era riecheggiato per tutta la stanza, che era rimbombato nella sua mente, che si era abbattuto sulla sua anima e aveva distrutto la sua vita. Ricordava le parole di Filippo come se le sentisse ancora risuonare tra quelle pareti; parole pronunciate a basse voce e urlate, velenose e malvagie, cattive e mortali che erano penetrate nella sua carne lacerandola. “Tra noi è finita da tempo… siamo così diversi e così distanti, ormai. La verità è che non provo più nessuna attrazione per te, le stesse cose che prima mi piacevano, la tua voce, il tuo sguardo, il tuo modo di toccarmi, ora mi danno fastidio… Forse non è solo colpa tua, forse anche io sono cambiato. Ho bisogno di qualcosa di diverso, di più intenso e coinvolgente… di sentimenti profondi che con te non provo più… Forse avrei dovuto farlo prima, non l’ho fatto per Greta, ma adesso ha 18 anni, è abbastanza grande per cavarsela da sola e per capire… Spiegale tu quello che è successo tra di noi… per me sarebbe troppo difficile… Dille che le voglio bene …” “Sbam” E poi il silenzio, e poi il buio, e poi il niente. Non ricordava le parole che aveva detto lei, forse perché non ne aveva pronunciate. Ricordava, però, che si era accasciata a terra per un tempo indefinito, senza forze, inerme, aveva avvertito solo il sapore amaro delle proprie lacrime e insieme a esse anche i pezzi della sua vita, i ricordi, le immagini che scivolavano via sul pavimento. Come si era sentita in quei momenti? Cancellata, sola, disperata, vuota, con la sensazione di aver subito una violenza, perché essere abbandonati è una violenza e chi abbandona è crudele e perfido. Cos‘era successo dopo? Mentre il buio invadeva la stanza si era rialzata, era andata in bagno e con addosso i vestiti era entrata nella doccia. Aveva fatto scorrere l’acqua fredda perché voleva liberarsi da quella sensazione di letargo, non tanto per sé stessa, ma per la figlia. Cosa aveva detto a Greta quando era rientrata? Non lo ricordava più, ma non avrebbe mai dimenticato l’espressione di incredulità che aveva letto sul suo volto, diventata poi dolore, e infine disperazione. Era toccato a lei consolarla, dirle che tutto sarebbe tornato come prima, che era solo un momento di confusione, come capita a tanti. Tutto si sarebbe sistemato, come sempre. Greta aveva chiamato suo padre al cellulare più volte quella sera, aveva lasciato dei messaggi. Lui non aveva risposto. L’indomani era andata a cercarlo pure in ufficio, ma non lo aveva trovato; le dissero che aveva chiesto tre settimane di ferie: nessuno, però, sapeva dove fosse. Greta per giorni era rimasta rinchiusa nella sua stanza immersa nel suo dolore, mentre il cellulare dall’altro capo squillava senza risposta. Era toccato a Bianca consolarla e ricacciare indietro lacrime e dolore. Quella risposta arrivò dopo cinque giorni, solo poche parole scritte su WhatsApp. “Scusa se non rispondo, ma per ora non posso, sarebbe troppo difficile per entrambi. Verrà zio Giulio e spiegherà tutto a te e alla mamma. So che capirei.” “Sbam” Sì, ricordava ancora il rumore della porta che si richiudeva, dopo che Giulio rattristato e dispiaciuto era andato via. Ricordava le parole che aveva pronunciato con lo sguardo basso e la voce rotta dall’emozione “Mio fratello è un vigliacco… non ha avuto il coraggio di dirvi la verità… Come non vorrei essere qui in questo momento… C’è un’altra donna nella sua vita, da circa otto mesi, si chiama Naomi, è più giovane di lui di almeno 20 anni… insegna pilates, l’ha conosciuta in palestra… aspetta un figlio. In questo momento sono in vacanza su un’isola di cui non ricordo il nome. Progettava da tempo di andare a vivere con lei, hanno già affittato un appartamento… Mi dispiace, tu e Greta non meritavate tutto questo… ho cercato di farlo ragionare, ma è completamente impazzito… “ Greta, distrutta, era tornata a rinchiudersi nella sua camera; lei non aveva osato seguirla, non avrebbe saputo cosa dirle, doveva prima pensare cosa dire a sé stessa. Perché Filippo si era allontanato da lei? Era colpa sua? In che cosa aveva sbagliato? Perché non si era accorta che qualcosa stava cambiando in lui? Aveva fatto finta di non capire? Aveva forse nascosto la testa sotto la sabbia come gli struzzi per non vedere quello che accadeva intorno a lei? Forse sì, ma non poteva continuare a comportarsi come uno struzzo perché la realtà era ben diversa. Una realtà difficile da accettare: Filippo insieme a un’altra. Filippo che diceva “Ti amo” a un’altra. Filippo che stringeva tra le sue mani con passione, un’altra. Aveva immaginato in quei momenti e per tanto tempo ancora, il loro primo incontro, il loro primo bacio, le notti che avevano trascorso insieme l’una nelle braccia dell’altro, le parole che si erano detti. Tutto era accaduto alle sue spalle. Lui e l’altra. Lui, falso, infedele, insensibile e malvagio e l’altra, perfida strega, spudorata, immorale e sleale. Quanta rabbia e quanto odio aveva sentito esplodere dentro di sé per giorni, mesi e anni pensando a loro. Come si era sentita? Devastata, annullata, spezzata, come Monique, la donna del romanzo di Simone de Beauvoir che aveva letto qualche mese prima dell’abbandono. Forse come presagio. Aveva vagato per la casa, per le strade della città e per i corridoi della scuola dove insegnava, con la testa bassa, umiliata, frantumata, ridotta a niente, senza alcun valore perché è così che Filippo l’aveva trattata, come un vecchio oggetto che non serviva più. Greta aveva deciso di non vedere più suo padre che, preso dalla sua nuova vita, si era dimostrato insensibile verso la sofferenza della figlia. L’unica volta che aveva accettato di vederlo, dopo qualche mese, invece di chiederle come stava, Filippo le aveva parlato per tutto il tempo di Naomi, di quanto fosse bella, divertente e intelligente. Le aveva pure mostrato una sua foto, voleva che si conoscessero, era sicuro che sarebbero andate d’accordo. Greta, a un certo punto, sconcertata e schiacciata dalle sue parole, si era alzata, gli aveva buttato addosso un bicchiere d’acqua ed era scappata via dal bar. “Non è mio padre, non è rimasto niente dell’uomo che era il mio eroe” le aveva detto con le lacrime agli occhi quando era tornata a casa: “Mio padre è morto.” Lei, invece, lo aveva rivisto circa dopo quattro mesi, i primi di giugno. Stava ritornando a casa e lui era davanti al portone del palazzo. Con un sorriso luminoso le era andato incontro e le aveva detto: «Stamattina è nato Giulio, il fratellino di Greta. Ho provato a chiamarla, ma non risponde. È suo dovere conoscerlo… deve farlo per me e per Naomi. Non glielo chiederei se non fosse così importante, sono sicuro che tu saprai convincerla». Lei aveva infilato la chiave nella serratura e poi lo aveva guardato negli occhi. Aveva percepito qualcosa dietro quel sorriso apparentemente felice e mentre apriva il portone gli aveva detto: «Deve farlo per te e per Naomi? E voi che cosa avete fatto per lei?… Ah l’avevo quasi dimenticato… Avete solamente distrutto la sua vita e la mia. Cosa vuoi che sia… Quando sei andato via mi hai detto che Greta è abbastanza grande per cavarsela da sola ed è quello che sta facendo. Anche tu sei abbastanza grande, i problemi con la tua Naomi, puoi risolverteli da solo. Che c’è? Hai paura che finisca com’è finita tra noi?» Non aveva aspettato che lui parlasse, aveva chiuso il portone ed era entrata subito in ascensore. Cosa le aveva dato la forza di andare avanti, di non sprofondare nella disperazione? Greta, sicuramente, lei si era dimostrata forte e decisa. Non poteva cancellare completamente suo padre, ma poteva andare avanti anche senza di lui. Non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di elemosinare il suo affetto o la sua presenza. Con determinazione si era concentrata sulla sua vita, nello studio, nei suoi sogni e nelle sue ambizioni. Greta era stata la sua forza, il suo sostegno, il suo rifugio e la sua salvezza. La loro vita era andata avanti e giorno dopo giorno, mese dopo mese, si erano abituate a quella sedia vuota quando erano a tavola. Nel tentativo di affievolire l’asprezza dei ricordi si erano liberate di qualsiasi cosa fosse appartenuta a lui, le foto, i pochi vestiti che aveva lasciato, le racchette da tennis e la sua odiosa collezione di portachiavi. Come se bastasse svuotare un cassetto per non soffrire più. La cosa più difficile per lei era stata abituarsi al vuoto nel letto, così pesante da vedere e da percepire; svegliarsi al mattino, girarsi dall’altra parte e vedere il cuscino senza una grinza, questo sì che era stato insopportabile e doloroso. C’erano stati giorni in cui si era sentita distrutta e aveva dato la colpa a sé stessa, giorni in cui aveva provato odio e rabbia, giorni in cui aveva pensato che la sua vita non avesse più senso. Giorni in cui si era svegliata e aveva fatto uno sforzo sovrumano anche per respirare e notti in cui si era sforzata di non dormire, perché i sogni erano duri e spigolosi e le ferivano il cervello come schegge di vetro. Giorni in cui avrebbe voluto farla finita per non sentire più dolore… sarebbe stato un attimo… un salto nel vuoto dal balcone e avrebbe trovato pace e riposo. Non lo aveva fatto, per Greta. Si passò una mano sugli occhi, come a voler cancellare insieme alle lacrime, anche i ricordi. I giorni, i mesi, gli anni… era stato il tempo che passava ad averla aiutata a capire che non poteva vivere per sempre nel rimpianto di ciò che aveva perso, ma che in un modo o nell’altro, avrebbe dovuto coltivare il proprio futuro, o quello che ne restava. Sapeva che doveva farlo, ma non riusciva a trovare il modo, fino a quando non aveva cominciato a pensare di essere destinata a vivere nel dolore per sempre. E poi, invece, era cambiato tutto quando meno se lo aspettava e in un modo che mai avrebbe immaginato. Un sorriso radioso comparve sulle sue labbra al pensiero di Luca e i suoi occhi brillarono di una luce intensa. Era arrivato all’improvviso nella sua vita, senza avvisare, era successo dieci mesi prima. Per il suo quarantottesimo compleanno aveva voluto fare un regalo a sé stessa: una crociera nel Mediterraneo. Non aveva mai viaggiato da sola, c’era sempre stato Filippo con lei, ma sentiva che era una cosa che doveva fare, anche se era sicura che si sarebbe sentita a disagio. Su quell’enorme palazzo galleggiante, tra i tramonti sul mare e le colazioni in terrazza, aveva conosciuto Luca, un affascinante cinquantenne che l’aveva incantata con la sua gentilezza e con le sue attenzioni. Finita la crociera si era stupita nel rendersi conto che poteva ancora provare emozioni per un altro uomo. Aveva continuato a frequentare Luca, spinta anche da Greta, e ne era nata una storia dolce, calda, palpitante e passionale. Luca, con la sua dolcezza e spontaneità era arrivato dritto al suo cuore e si era imbattuto nei suoi pensieri in silenzio, riempiendo quel vuoto che aveva nell’anima e regalandole, così, la serenità perduta. Insieme a lui aveva scoperto una nuova sé. La nuova sé dopo Filippo e per lei era stato un piacere conoscerla. La nuova sé in grado di curare le proprie ferite. La nuova sé che aveva riscoperto l’amore per sé stessa. La nuova sé pronta persino ad amare di nuovo. La nuova sé senza occhiaie e palpebre gonfie per il troppo pianto, ma che si sentiva ancora bella e desiderabile e padrona delle proprie scelte. La nuova sé che non soffriva più quando si girava dall’altra parte del letto, anche se era vuoto. Luca era riuscito a liberarla dal passato in cui lei stessa si era intrappolata e insieme a lui aveva scoperto che, a volte, la vita è crudele, ma poi dà sempre l’occasione per risollevarsi. Si girò a guardare fuori, mentre la pioggia scorreva sui vetri. Non aveva più rivisto Filippo dal giorno in cui l’aveva aspettata sotto casa per annunciarle la nascita del figlio. Aveva iniziato la sua nuova vita e non aveva più cercato di riallacciare i rapporti nemmeno con Greta… fino a ieri. “Sbam” Sì, non avrebbe mai dimenticato il rumore della porta che si richiudeva dopo che lui, in lacrime e disperato, era andato via. Un rumore forte e deciso che sapeva di riscatto perché stavolta era stata lei a chiudere quella porta, anzi a sbarrarla. Dopo tre anni quell’uomo crudele che l’aveva abbandonata, umiliata e calpestata, aveva bussato di nuovo alla sua porta, anzi l’aveva percossa con forza. La sua bella Naomi, all’improvviso, aveva svuotato il conto in banca ed era volata in Scozia con un giovane e aitante istruttore di fitness, lasciandolo senza un soldo, pieno di debiti e con un bambino piccolo. Dopo tre anni di assenza, come se non fosse successo niente, esigeva di tornare a casa, pretendeva che fossero ancora una famiglia per il bene di Giulio, suo figlio. Sì, non avrebbe mai dimenticato il suo aspetto dimesso, gli occhi arrossati di chi ha pianto per giorni, la barba incolta e la sua voce implorante rotta dai singhiozzi. Non una parola di perdono o di pentimento, però, per il dolore che aveva causato a lei e Greta. Finalmente Bianca aveva capito che dietro quegli occhi verdi che aveva tanto amato si nascondeva un essere egoista, insensibile e bugiardo. Filippo non era cambiato nel tempo, era lei che non si era mai accorta chi fosse realmente, lo aveva idealizzato così tanto da non essere in grado di vedere com’era davvero. L’immagine di perfezione nella sua mente l’aveva indotta a concentrarsi sulle sue luci e a tralasciare le ombre che ora, finalmente, era riuscita a vedere. Sì, non avrebbe mai dimenticato le poche parole che gli aveva detto mentre richiudeva la porta, parole che avevano un dolce sapore di sollievo, di liberazione e di equilibrio. “Sei abbastanza grande per cavartela da solo… Come è giusta la vita…Adesso sai cosa si prova… Sì, adesso lo sai… “Sbam” E poi un sorriso e poi un sospiro e poi la luce. Non provava rabbia, né rancore, né compassione, non provava niente per lui. Mentre guardava la pioggia, ricordò una frase che aveva letto da qualche parte “La vita è un viaggio e ognuno di noi ha una sua strada da seguire. Non tutte le persone che abbiamo conosciuto o amato saranno sempre sulla nostra stessa via.” Filippo era andato dall’altra parte della strada; era il passato che non le apparteneva più. C’era Luca ora che camminava lungo la sua via; il suo presente. Adesso lei aveva una nuova storia da scrivere; una storia in cui avrebbe corso il rischio di ferire e di essere ferita, di amare e di essere amata, ma l’avrebbe vissuta con tutto il suo cuore, ogni giorno, senza mai dimenticarsi di sé stessa. Era questa la lezione che aveva imparato: amare non significa eclissarsi nell’ombra dell’altro, come aveva fatto lei per tanti anni, amare è un atto di coraggio, è donarsi agli altri senza dimenticare di donare anche a noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno e meritiamo. Si guardò intorno, c’era un silenzio sospeso nella stanza e avvertì nell’aria tutto il dolore del passato che era stato sparso e che si era riversato tra le cose. Anche se fuori pioveva aprì la finestra come a voler far uscire quell’aria gravosa. Respirò profondamente l’aria fredda e umida, ma vivificante; avvertì quel respiro fresco penetrare in profondità nel petto, rischiarare il cervello e portare vigore al suo corpo. Anche se fuori tutto era avvolto dal grigiore e dalla malinconia dell’autunno, sapeva che la sua anima abbondava di tutti i colori della vita e dell’amore.
  • Cristina T.
    Infinitamente tua Tu sei il mio pensiero, bruci possente nella mia mente. Anima e corpo danzano sulle note dei tuoi battiti. È grazie a te che i colori della mia vita entrano con forza nei profumi dell’universo. Sopra queste foglie riconosco i tuoi passi che aumentano verso di me, il mio cuore accelera in ognuno di essi. Respiro, danzo sopra questa coltre di nebbia e foglie secche che mi riportano alla natura e con un soffio di vento mi ritrovo avvolta in soffici lenzuola ricoperte con il tuo volto.
  • Cristina T.
    C’è un vuoto dentro di te che parla d’amore. Nessuno ti ascolta, ma tu sei sempre lì ad ascoltare tutti. Sei felice per gli altri ma sempre dura con te stessa. A cosa serve rimuginare gli eventi passati? Vivi il presente che il passato ormai non c’è più. E non credere che un uomo ti salvi la vita, la vita sei tu, è grazie a te se il mondo è meraviglioso.
  • Cristina T.
    Ero sul giaciglio della strada e il tempo ormai non mi apparteneva più. Guardai la finestra: quante volte urla e calci si erano consumati in quella stanza. Ora o mai più Sara, questo non è il tuo destino! Fu così che mi decisi a prendere un taxi e ad andare verso l’aeroporto. La tratta fino a Fiumicino da quel piccolo borgo mi diede modo di pensare e ripensare. Quanti tradimenti, percosse, quante ne avevo sopportate fino a quando una sera, dopo l’ennesimo schiaffo, decisi che la mia vita non poteva più andare avanti così: andai su una pagina di annunci e spulciando trovai un post di un’italiana che aveva aperto da poco un albergo ad Atene e cercava personale, offriva vitto e alloggio. Non persi tempo, le scrissi subito. Non potevo perdere quell’occasione, non avevo figli, non avevo nessuno, potevo contare solo su me stessa. Mi guardai allo specchio e pensai che in tutto quel tempo ero rimasta con Valerio solo per paura della solitudine. Programmai tutto: sapevo benissimo che il giorno in cui sarei partita sarebbe arrivato lo stipendio e lui sarebbe rimasto in ufficio fino a tardi, magari in compagnia di una delle sue tante amanti. Controllai un’ultima volta il portafoglio: 2000 euro, ora o mai più, dissi a me stessa tirando un forte respiro. Quei soldi non erano tanti, ma abbastanza per farmi decidere di prendere quel dannato aereo. Il cellulare continuava a squillare incessantemente: era lui! Non avevo il coraggio di rispondere, sapevo benissimo che se lo avessi fatto mi sarei tradita, non doveva sapere che stavo per lasciarlo, volevo che fosse una sorpresa, una di quelle che ricordi per tutta la vita. Finalmente arrivai in aeroporto, il chiasso della gente mi ricordò che ero viva, percorsi il corridoio che mi portava fino all’aereo come se stessi scalando l’Everest. Finalmente ero seduta sulla poltroncina davanti a un oblò, mi specchiai e finalmente nei miei occhi riapparve un velo di speranza.
  • Cristina T.
    Ernest Hemingway. Le colline che attraversano la valle dell’Ebro erano lunghe e bianche. Di qua non c’era ombra né alberi, e la stazione era tra due file di binari sotto il sole. Contro il fianco della stazione c’era l’ombra calda dell’edificio e una tenda, fatta di filze di tubetti di bambù, appesa davanti alla porta aperta del bar, per tener fuori le mosche. L’americano e la ragazza che era con lui sedevano a un tavolo all’ombra, fuori dall’edificio. Faceva molto caldo e il direttissimo da Barcellona doveva arrivare di lì a quaranta minuti. Si fermava due minuti in quella stazione e proseguiva per Madrid. «Cosa prendiamo?» chiese la ragazza. Si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo. «Fa piuttosto caldo» disse l’uomo. «Beviamo una birra.» «Dos cervezas» disse l’uomo verso la tenda. «Grandi?» chiese una donna dalla soglia. «Sì. Due grandi.» La donna portò due bicchieri di birra e due sottocoppe di feltro. Mise sul tavolo le sottocoppe di feltro e i bicchieri di birra e guardò l’uomo e la ragazza. La ragazza stava guardando verso la fila lontana di colline. Sotto il sole erano bianche, e i campi erano bruni e riarsi. “Sembrano elefanti bianchi» disse. «Non ne ho mai visto uno» disse l’uomo bevendo la sua birra. «No, non potresti averlo fatto.» «Potrei sì» disse l’uomo. «Il semplice fatto che tu lo dica non prova nulla.» La ragazza guardò la tenda di bambù. «Ci hanno dipinto qualcosa sopra» disse. «Cosa dice?» «Anis del Toro. È una bibita.» «Perché non l’assaggiamo?» L’uomo gridò: «Senta» attraverso la tenda. La donna uscì dal bar. «Quattro reales.» «Vogliamo due Anis del Toro.» «Con acqua?» «Lo vuoi con l’acqua?» «Non so» disse la ragazza. «È buono con l’acqua?» «Buonissimo.» «Li volete con l’acqua?» chiese la donna. «Sì, con l’acqua.» «Sa di liquirizia» disse la ragazza, e depose il bicchiere. «È così per tutto.» «Sì» disse la ragazza. «Tutto sa di liquirizia. Tutte le cose, in particolare, che si sono aspettate tanto. Come l’assenzio.» «Oh, smettila.» «Hai cominciato tu» disse la ragazza. «lo mi divertivo. Me la spassavo.» «Be’ , cerchiamo di spassarcela.» «Ci stavo provando. Dicevo che i monti sembravano elefanti bianchi. Non è stata un’osservazione intelligente?» «È stata un’osservazione intelligente.» «Volevo assaggiare questa nuova bibita. È tutto quello che facciamo, no? Guardare cose e assaggiare nuove bibite.» «Credo di sì.» La ragazza guardò le colline. «Sono belle» disse. «Veramente non sembrano elefanti bianchi. Alludevo solo al colore della pelle tra gli alberi.» «Un altro bicchiere?» «D’accordo.» Il vento caldo spinse contro il tavolo la tenda di bambù. «La birra è bella fresca» disse l’uomo. «Deliziosa» disse la ragazza. «È davvero un’operazione semplicissima, Jig» disse l’uomo. «Veramente non la si può neanche chiamare un’operazione.» La ragazza guardò il terreno sul quale poggiavano le gambe del tavolo. «So che non ci faresti neanche caso, Jig. È una cosa da nulla, veramente. Serve solo a far passare l’aria.» La ragazza non disse niente. «Verrò con te e starò sempre con te. Fanno solo entrare l’aria e poi è tutto perfettamente naturale.» «E cosa faremo, dopo?» «Staremo benissimo, dopo. Come stavamo prima.» «Cosa te lo fa credere?» «È l’unica cosa che ci preoccupa. È l’unica cosa che ci ha reso infelici.» La ragazza guardò la tenda di bambù, tese la mano e s’impadronì di due filze di tubetti. «E tu pensi che dopo staremo bene e saremo felici?» «Lo so. Non devi aver paura. Conosco un sacco di gente che l’ha fatto.» «Anch’io» disse la ragazza. «E dopo erano tutte così felici!» «Be’» disse l’uomo «se non vuoi, nessuno ti obbliga. Non vorrei che lo facessi, se non vuoi. Ma so che è semplicissimo.» «E tu lo vuoi davvero?» «Credo che sia la cosa migliore. Ma non voglio che tu lo faccia, se davvero non vuoi.» «E se lo faccio tu sarai felice e le cose torneranno come prima e tu mi vorrai bene?» «Ti voglio bene anche adesso. Lo sai che ti voglio bene.» «Lo so. Ma se lo faccio, poi sarà di nuovo bello se dico che le cose sono come elefanti bianchi, e ti farà piacere?» «Mi farà molto piacere. Anche adesso mi fa piacere, ma non riesco a pensarci, tutto qui. Sai come divento quando sono preoccupato.» «Se lo faccio, non sarai più preoccupato?» «Non sarò preoccupato per questo perché è una cosa semplicissima.» «Allora lo farò. Perché di me non m’importa nulla.» «Come sarebbe? » «Di me non m’importa nulla. » «Be’, importa a me » «Oh, si. Ma a me no. E lo farò e poi tutto andrà bene. » La ragazza si alzò in piedi e camminò fino in fondo alla stazione. Dall’altra parte, di là dai binari, c’erano dei campi di grano e degli alberi sulle rive dell’Ebro. Lontano, oltre il fiume, c’erano delle montagne. L’ombra di una nuvola passava sul campo di grano e tra gli alberi si vedeva il fiume. «E potremmo avere tutto questo» disse la ragazza. «E potremmo avere tutto e ogni giorno lo rendiamo più impossibile.» «Che hai detto?» «Ho detto che potremmo avere tutto.» «Possiamo avere tutto.» «No che non possiamo.» «Possiamo avere il mondo intero.» «No che non possiamo.» «Possiamo andare dappertutto.» «No che non possiamo. Non è più nostro.» « È nostro.» «No, non lo è. E quando te l’hanno portato via, non riesci a riaverlo mai più.» «Ma non ce l’hanno portato via.» «Aspettiamo e vedremo.» «Vieni all’ombra» disse lui. «Non devi sentirti così.» «Non mi sento in nessun modo» disse la ragazza . «So come stanno le cose, tutto qui.» «Non voglio che tu faccia nulla che tu non voglia fare … » «E che non mi faccia bene» disse lei. «Lo so. Non potremmo ordinare un’altra birra?» «Certo. Ma tu devi capire … » «Capisco. Non potremmo stare zitti per un po’?» Si sedettero al tavolo e la ragazza guardò verso la collina dalla parte riarsa della valle e l’uomo guardava lei e il tavolo. «Devi capire» disse «che non voglio che tu lo faccia, se non vuoi. Sono prontissimo ad andare fino in fondo, se per te significa qualcosa.» «E per te significa qualcosa? Ce la potremmo cavare.» «Certo che significa qualcosa. Ma io voglio solo te. Non voglio nessun altro. E so che è una cosa semplicissima.» «Sì, tu sai che è semplicissima. » «Hai ragione di parlare così, ma lo so.» «Adesso faresti qualcosa per me?» «Per te farei qualunque cosa.» «Vorresti per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere smettere di parlare? » Lui non disse nulla ma guardò le valigie contro il muro della stazione. C’erano attaccate le etichette di tutti gli alberghi dove avevano passato la notte. «Ma io non voglio che tu lo faccia» disse «non me ne importa niente. » «Adesso grido» disse la ragazza. La donna uscì dal bar con due bicchieri di birra e li depose sui sottocoppa di feltro umido. «Il treno arriva fra cinque minuti» disse. «Cos’ha detto?» chiese la ragazza. «Che il treno arriva fra cinque minuti.» La ragazza rivolse alla donna un sorriso raggiante, per ringraziarla. «Sarà meglio che io porti le valigie dall’altra parte della stazione» disse l’uomo. La ragazza sorrise anche a lui. «D’accordo. Poi torna qui e finiamo la birra.» Lui raccolse le due pesanti borse e girando intorno alla stazione le portò sugli altri binari. Guardò in fondo ai binari ma non riuscì a scorgere il treno. Tornando indietro passò attraverso il bar, dove stavano bevendo i passeggeri in attesa del treno. Bevve un Anis al bar e guardò i passeggeri. Aspettavano tranquillamente il treno. L’uomo uscì attraverso la tenda di bambù. La ragazza era seduta al tavolo e gli sorrise. «Ti senti meglio? » domandò lui. «Mi sento bene» disse lei. «Non ho niente. Mi sento bene. »
  • Cristina T.
    Iconiche sono le tue labbra che si sciolgono tra le mie. Come gocce di seta solchi la via del mio peccato. Nasce dentro di me la voglia di scoprirti, di donarmi a te in uno spazio infinito tra le stelle. Mi immergo in questo immenso paesaggio di piacere che divina i miei occhi, saziando in ogni minima parte i miei sensi più segreti. Porgo il mio sguardo alla luna che discreta ammira il sapore più bello della danza della vita.
  • Cristina T.
    Non essere duro con te stesso, non giudicarti, tanto ci pensano gli altri. Ma questi che ne sanno di quello che hai vissuto, della gente che hai incontrato, delle scarpe che ti hanno calpestato. Quante volte nel buio di quelle lenzuola una lacrima ti ha solcato il viso. Non permettere a nessuno di dirti che sei sbagliato perché chi hai davanti non è un giudice, solo Dio può giudicarti. E non dirmi che queste sono frasi fatte perché ciò che stai leggendo è la realtà. Ma soprattutto ricorda: un predatore non sarà mai un agnello.
  • Cristina T.
    Cammino senza una meta, avvolta dalla confusione dei miei pensieri. La città sembra non fermarsi, ogni persona che incontro ha una sua storia, una debolezza, un’incertezza. Scatti rubati, occhi persi in un click, reduci dalla noia e dalle abitudini. Cosa cerchi negli altri? Forse te stesso che si perde tra mille domande. Ma solo una è la domanda che dovresti farti: realmente, ti vuoi bene? Quando avrai questa risposta comincerai a capire te stesso.
  • Cristina T.
    Tu sei l’essenza più bella che la vita ha creato. Tu sei colei che la vita la dona, non la distrugge. Tu sei il dono più bello per un bimbo che piange. Tu: sei la luce che induce al peccato ma che di peccato non pecca. Tu sei l’elogio all’amore, il vento che spazza via le incertezze, una carezza che non va mai via. Tu un inno alla vita, un faro infinito, un dono infinito.
  • Cristina T.
    treno percorre i binari come se fosse la prima volta che le più alte montagne dell’Appennino abruzzese vengano perforate da questa macchina sferragliante. Il clangore dei metalli entra nelle mie orecchie e vien fuori dalla mia bocca, aperta verso il mondo immenso e sfocato che guardo attraverso i tuoi occhi persi nei miei sensi. Sei solo una sensazione primitiva, così attaccato alle mie spalle rese nude dalle tue mani ruvide. Mi hai trascinato qui, contro la porta del bagno, approfittando del buio che per lunghi tratti investe lo scompartimento quando il treno entra nelle gallerie. Una donna anziana ci guarda imbarazzata nell’alternanza di luce e tenebra, povera donna, non sa se ciò al quale sta assistendo sia davvero l’incontro amoroso di due persone o un’allucinazione data dai farmaci anti-parkinson che assume quotidianamente, come suggerisce il suo incessante tremore. Mi fa un po’ pena, deve sorbirsi la mia lingua che muta si affaccenda dentro la tua bocca sgraziata. Chissà cosa starà pensando? Forse che non c’è più moralità, che i giovani d’oggi non hanno regole e che io prima o poi farò una brutta fine? Forse pensa che sia una di quelle escort d’alto borgo i cui video riempiono ormai siti web, social e giornali. Mentre continui a baciarmi ed entri con la lingua nel mio orecchio ormai umido, mi chiedo chi tu sia. Sì, perché non lo so, non so da dove vieni o dove stai andando. So solo che sei qui, concentrato ad assaporare il mio odore, felice perché non ti era mai capitato di abbracciare una sconosciuta sul treno. Forse non ti capita di abbracciare nessuno da anni e il calore del mio corpo sta facendo risvegliare il torpore al quale ti eri abbandonato. Sei salito alla stazione di Bari e l’ambiente circostante si è improvvisamente riempito di stantio color ruggine. Come non avrebbe potuto? Quello è il colore della noia, della tristezza, della vecchiaia e tu sei noioso, triste e vecchio, tanto quanto è feroce e vivida quell’unica scintilla che sono i tuoi occhi. Quando sei entrato nello scompartimento hai guardato prima il posto libero poi me seduta sul sedile di fronte al tuo, ma contrario al senso di marcia. Ti sei agitato. Mi hai chiesto: «Mi scusi, potrei sedermi io al suo posto. Sa signorina, adoro sentire la spinta del treno che mi risucchia all’indietro». Ho pensato subito che fossi matto e in effetti lo penso ancora. Appena seduto hai tirato fuori da una bisunta borsa di cuoio da professore spiantato una copia di “La morte a Venezia” di Thomas Mann. Mi sarei aspettata un “Il Sole 24 Ore” o meglio “La Repubblica”. Magari un libretto del genere “Come investire i propri soldi”, qualche fascicolo sui mutui in stile “devo comprare casa a mio figlio e mi sto informando sui tassi d’interesse”. Invece, solo la copia chiazzata di caffè, bigia come la tua faccia, di un classico della letteratura inglese. Come potevo tirar fuori il mio ”Il giocatore”, senza che le tue lunghe ciglia si fermassero ad osservare il contrasto tra la lucida copertina color cioccolato e il biancore morbido delle mie cosce serrate? Ma perché non mi sono messa un pantalone stamattina? Hai indugiato molto su quel particolare e io, che ormai ero più curiosa che indispettita, ho sorriso della coincidenza letteraria. I tuoi occhi color del legno palpitavano. Guardavi dentro l’ombra della mia gonna troppo corta, trattenendo a stento un sospiro. Ho resistito un attimo, giusto il tempo di far correre ancora un po’ la macchina che ci trasporta ingorda, come le tue pupille dilatate. Mi hai sorriso e nella veemenza del tuo sguardo ho scorto sofferenza e vita, tanta desolante solitudine. Farfalle color noce hanno preso a volteggiare nel mio stomaco. Per sfuggire al mio stesso ardore sono corsa in bagno. Mi hai seguita, ti ho trovato dietro la porta della piccola toilette intento a osservare il cielo dal finestrino. Il vento, che entrava a folate da un finestrone aperto, ha fatto giungere il tuo odore dolciastro. Ora sono qui, con le tue dita dentro il mio corpo…mi sfugge un leggero gemito. Il tuo non giovane ventre molle, spento e attento a ogni mio respiro, forma un piacevole contrasto con il mio seno sodo. Mi guardi, sono solo un casuale afflato di vita. Il soffio vitale, che assumi ingoiando il mio respiro, ti ridona il calore che cerchi. Continui a guardarmi, i tuoi occhi sono promesse vaganti sul mio seno e m’imbarazza vedere come mi osservi, rivela quel che sto facendo. Chiudo gli occhi, presto dovremo scendere e il non vedersi mai più sarà una dolce sofferenza. Una frenata brusca mi fa sbattere la testa contro il finestrino. Risveglio doloroso da un sogno a occhi aperti. Sorrido nel guardarti intento nella lettura del “Corriere dello Sport”. Distrattamente alzi il marrone scuro dei tuoi occhi dalla Juve, ignaro. Ti do’ un’ultima occhiata, prima che il mio sguardo venga trascinato lungo la verde vallata, in cerca di un’altra storia che mi faccia passar il tempo in attesa che il treno arrivi alla stazione di Bologna. Racconto di Silvia Aprile.
  • Cristina T.
    Central Park era invasa da foglie color ruggine, il vento si muoveva lieve sugli alberi creando una danza univoca. Bianca spostò l’obiettivo verso una coppia di giovani scoiattoli e sorrise pensando a come gli animali fossero tanto simili agli umani. Era la prima volta che veniva a New York, con tanti sacrifici era riuscita a ottenere un incarico come giornalista in una famosa testata americana. Ripose la macchina fotografica all’interno della borsa e continuò a camminare. Si stava facendo buio per cui decise di dirigersi verso l’automobile che aveva parcheggiato di fianco a una caffetteria. Mentre una folata di vento le scompigliò una ciocca di capelli sulla fronte, sentì il suono di un violino. La melodia era struggente, non era mai stata attratta in modo così prepotente da un suono. Si voltò e, avvolto in un cappotto nero, vide un uomo: aveva i capelli scuri e gli occhi verde bottiglia. I loro sguardi si incrociarono. Lo sconosciuto smise di suonare e le sorrise: «Mi scusi, non volevo spaventarla». Bianca sistemò la tracolla che le scendeva sul cappotto chiaro, sorrise all’uomo e gli accennò un saluto, riprendendo a camminare verso la macchina. Il musicista seguì i suoi passi con lo sguardo, quel viso porcellanato con i grandi occhi color ghiaccio gli ricordarono il volto della sua Blanchett. Si guardò intorno e decise che ormai era ora di andare, prese il violino, annusò il legno pregiato e lo ripose nella scatola. Chissà se avrebbe rivisto quel viso d’angelo. L’Appartamento era invaso dall’odore di incenso, Nina, sua amica e collega, era alle prese con i suoi consueti esercizi yoga. Bianca entrò in casa cercando di non fare rumore, ma la giovane donna balzò subito in piedi: «Finalmente! Forza vatti a sedere, ho preparato un ottimo stufato che ti farà perdere la testa». Aveva conosciuto Nina per caso a San Francisco nella palestra accanto al giornale per cui lavorava, da allora il loro rapporto era stato in costante crescita. Entrambe erano riuscite a ottenere la promozione per cui avevano lavorato per mesi. Edward, il fidanzato di Nina le aveva messo a disposizione il suo vecchio appartamento da studente universitario. Edward Marlon, rampollo di una famiglia di banchieri newyorkesi, da qualche anno faceva coppia fissa con Nina, anche lei figlia di una ricchissima famiglia statunitense. Una coppia perfetta, erano sempre d’accordo su tutto, al contrario di Bianca che aveva da poco concluso la sua relazione con Carl, il suo vecchio capo. La loro relazione era durata tre anni, malgrado i dieci anni di differenza dell’uomo che aveva a sua volta una figlia e una ex moglie molto invadente. Aveva trent’anni ed era stanca di incontrare sulla sua strada uomini sbagliati. Dopo cena si mise al computer, guardò le foto che aveva fatto a Central Park e pensò al violinista, ammise a se stessa di essere stata scortese, ma lo sguardo malinconico dell’uomo le aveva procurato una strana sensazione: le venne in mente una strada di Parigi, una donna vestita con un abito ottocentesco, al suo fianco un uomo in frac. New York era molto frenetica e, a differenza di San Francisco, era molto facile trovarsi imbottigliati nel traffico. La rivista per cui lavorava aveva organizzato un evento in un famoso locale alla moda al centro di Manhattan. Se c’era una cosa che detestava del suo lavoro erano proprio le serate mondane. Posteggiò la macchina all’interno del parcheggio del mouth chili red, (bocca rossa piccante). Il nome del locale era già tutto un programma, pensò, e raggiunse i colleghi. La sala era piena di artisti, molti non li aveva mai visti, riuniti all’interno della lussuosissima sala. Per la prima volta si sentì fuori luogo: la sua camicetta in raso e i pantaloni scuri non erano all’altezza dei costosissimi outfit indossati dai vari ospiti. Cercò con lo sguardo Nina, si avvicinò al bancone dove c’era un ricco rinfresco, assaggiò una tartina al salmone che poi fece scivolare con un sorso di champagne. Il cellulare prese a squillare, la voce squillante di Nina per poco non le ruppe un timpano: «Bianca ma dove diamine sei finita?». «Sono al mouth chili red». «Dove? Credo che tu abbia sbagliato festa tesoro». «Ma non è possibile, io ho seguito il percorso che mi ha dato il navigatore». «Ho capito. Se non riesci a venire troverò io una scusa con il capo». Bianca alzò gli occhi al cielo e tirò un lungo sospiro. Adesso doveva solo andare via da quella festa. Si voltò e inavvertitamente inciampò addosso a qualcuno che la sorresse per non farla cadere. Tirò su il viso e per poco non le venne un colpo nel riconoscere il violinista che due sere prima aveva incontrato a Central Park. «Ma tu sei…». «Il violinista di Central Park e animatore di questa splendida serata». Lo guardò attentamente: i pantaloni scuri erano di ottima manifattura, la camicia in pura seta, un abbigliamento molto costoso per un artista poco famoso. L’uomo le tese la mano, distogliendola dai suoi pensieri: «Mi chiamo José». «Bianca, il mio nome è Bianca Russò». «Dunque abbiamo qualcosa in comune: anche lei francese?». «No, americana. Mio padre è di origini francesi». José era magnetico, parlava lentamente e il suo accento francese lo rendeva ancora più sensuale. Dopo un’ora di conversazione l’uomo si allontanò per esibirsi sul piccolo palcoscenico del locale. Le note struggenti del violino iniziarono ad aleggiare all’interno del locale, i suoi occhi non perdevano di vista Bianca, come se temesse di non vederla più. Bianca chiuse gli occhi e in me che non si dica le venne in mente un giovane con la coda di cavallo, era seduto in un giardino pieno di rose e in mano teneva il suo violino. Non aveva dubbi: era José. I suoi pensieri vennero interrotti dallo stesso che, finita l’esibizione, le si avvicinò. «Tutto bene?». José si accorse subito del cambiamento repentino di Bianca. «Dove hai imparato quel pezzo?». «Ho scritto questo pezzo insieme a una persona molto importante. Lei… adorava ballare sotto la pioggia». Bianca lo guardò negli occhi: c’era qualcosa di familiare in quell’uomo, era come se lo conoscesse da tempo. José la intrigava: era carismatico ma nello stesso tempo le faceva paura, le sensazioni che le procurava erano molteplici. Tirò un profondo respiro e poi con autorevolezza si rivolse al violinista: «Devo andare, è stato un piacere conoscerti». Senza neanche attendere la risposta dell’uomo, Bianca lasciò il locale. Arrivata a casa si accasciò sul letto. Sprofondò in un sonno profondo, dove la sua mente iniziò a proiettare una serie di immagini come la pellicola di un film. Una ragazza giaceva sul letto, accanto a lei un medico che parlava con un’altra donna, sicuramente una parente stretta della giovane, le aveva appena diagnosticato una forte polmonite. Bianca era lì, come se fosse un fantasma, si avvicinò al letto e per poco non le venne un colpo: la ragazza sul letto era proprio lei. Si svegliò di soprassalto, madida di sudore, e guardò l’orologio: le lancette segnavano le quattro del mattino. Il suono di un violino proveniva dalla strada, le note erano quelle di un valzer. Si catapultò verso la finestra: la strada era completamente vuota, le saracinesche dei negozi abbassate, solo un gatto nero poltriva davanti al negozio adiacente. Che stupida, pensò, tutti questi cambiamenti mi stanno facendo diventare matta. L’odore di caffè invase la cucina, Bianca trovò Nina intenta a preparare la colazione. «Finalmente! Hai fatto le ore piccole stanotte? Non ti ho sentita arrivare» disse Nina sorridendo. «Non mi hai sentita perché sono tornata a casa prima di te». «Sai che ancora non riesco a capire come hai fatto a sbagliare locale? Va’ a vestirti, tu lavori troppo. Oggi andiamo a luna park, vedrai ci divertiremo un mondo». «Andiamo? Io, te e poi?». «Io, te, Edward, e…». «… e?». «Alfred». «Non vuoi proprio arrenderti, lo sai che detesto quel tipo». «Ma dai, è così carino e poi è un ottimo partito». Alfred era il cugino di Edward: uno scapolo d’oro, data la sua posizione sociale, biondo, occhi azzurri, ma completamente pieno sé. Il suo modo di ostentare il denaro mandava Bianca sui nervi. L’odore di pop corn si aggirava furtivo tra le giostre e i suoi estimatori. Adorava quel luogo. Da piccola aveva sempre desiderato fare la vita dei giostrai, era un mondo che la incantava. Alfred era appiccicato al suo braccio come una manetta. Ogni tanto dalla sua bocca partiva qualche battuta comprensibile al suo becero quoziente intellettivo. Bianca guardò di sottecchi Nina: lei è Edward erano una coppia affiatatissima, lui era come se baciasse la terra che lei calpestasse. Dopo un giro da brivido sulle montagne russe, si fermarono alla bancarella dei dolciumi. Una folata di vento le sciolse i capelli che aveva raccolto in una coda da cavallo, il fermaglio andò a finire tra le mani di una donna. «Credo che questo sia suo». Mentre le porgeva il fermaglio, la sconosciuta le accarezzò la mano. Gli abiti folcloristici non lasciavano alcun dubbio che fosse una zingara. Bianca tirò la mano, la donna la guardò negli occhi e le sorrise: «Non abbia paura, la sua è una mano molto interessante». La donna le riprese la mano, guardandola all’interno del palmo. Spalancò gli occhioni azzurri e poi guardò Alfred: «non è lui il tuo destino, ma colui che ti insegue nel corso dei secoli…». Alfred sembrò molto infastidito: « Tenga questi sono per lei, e per cortesia smetta di dire sciocchezze». Prese una banconota da 20 dollari e la porse alla donna che con un gesto di stizza rifiutò il denaro. «Non li voglio i suoi soldi, piuttosto impari a essere più gentile con le persone». Pronunciò alcune frasi nella sua lingua e poi andò via. Bianca era senza parole, le parole di quella donna l’avevano colpita come un fulmine a ciel sereno. Cercò di non pensarci e nel frattempo provò a continuare a godersi la mattinata. Mentre il resto del gruppo si sfrenava sulla torre volante, si scontrò con un uomo il quale le versò una bevanda sui pantaloni. «Stia attento! Ancora lei?». José sorrise: «Non pensavo di esserle così antipatico». Bianca avvampò: «Non ho detto questo. E… solo che non mi aspettavo di incontrarla di nuovo». «Io invece sono molto felice di vederla». Una donna dai lunghi capelli corvini interruppe la conversazione: si avvicinò con prepotenza a José lanciando un’occhiata di fuoco a Bianca: «Tesoro andiamo via, ho i piedi che mi fanno male». Uno strano senso di fastidio si impadronì di Bianca, la bellezza della sconosciuta era notevole, gli abiti che indossava erano di manifattura italiana, la borsa era una Vuitton. Quell’uomo era strano, forse un gigolò, d’altronde ne aveva tutta l’aria. Per essere un artista squattrinato se la passava abbastanza bene: al polso aveva un orologio antichissimo, i jeans firmati Cavalli e un cappotto di pura lana vergine. La serata era fredda e Nina aveva deciso di andare a dormire a casa di Edward, cosa che succedeva spesso da quando si erano trasferite a New York. La casa era tutta per sé, per cui decise di prepararsi una cioccolata calda, rovistò nella dispensa ma non trovò nulla, eppure ricordava benissimo di averla acquistata qualche giorno prima insieme ai biscotti, anch’essi spariti nel nulla. Sbuffò e guardò fuori dalla finestra l’insegna del supermercato, indossò una tuta e si diresse verso di esso. Guardò gli scaffali e le venne la tentazione di prendere una scatola di cereali cioccolatosi, allungò una mano e incontrò quella di un uomo, si voltò e incontrò lo sguardo di José che le sorrise: «Non staresti male con qualche chilo in più, secondo me saresti ancora più bella». Bianca incrociò le braccia: «Adesso siamo passati al tu? Che fai mi segui?». José si guardò intorno e poi le sussurrò con il suo sensuale accento francese: «Io abito qui, proprio sopra il supermercato. Stasera ho un certo languorino…ti andrebbe di farmi compagnia e prendere una cioccolata calda?». «Sono qui apposta per acquistarla». «Se ti va posso prepararla io a casa mia? Scusami, potrei anche offrirtela al bar di fronte. Bianca ci pensò un attimo, non aveva tanta voglia di stare fuori casa, José non le sembrava un malintenzionato: «Io abito al palazzo di fronte, tu acquisti quella scatolona di cereali e io la cioccolata e vieni a berla a casa mia e che sia ben chiaro: ho una pistola in casa, beviamo insieme la cioccolata e poi te ne torni a casa tua». José scoppiò a ridere: «Quasi quasi ho il terrore di venire da te. Va bene, accetto». Arrivati nell’appartamento, Bianca iniziò a preparare la cioccolata calda. José l’aiutò ad apparecchiare la tavola e poi iniziarono a chiacchierare. La passione per il violino lo accompagnava da quando era bambino, da qualche anno era dirigente di una multinazionale che aveva varie sedi in tutto il mondo. Da un paio d’anni si era trasferito a New York non solo per lavoro… Ogni sorso di quella bevanda calda la portava a incontrare lo sguardo di José che le provocava uno strano senso di eccitazione. I suoi occhi scuri erano caldi come la lava di un vulcano, le labbra rosa che baciavano la tazza, le immaginò sulla propria bocca. José guardò l’orologio: «Sarà meglio che vada, grazie per la cioccolata». Si alzò e si diresse verso la porta. Bianca lo accompagnò, aprì la soglia e i loro sguardi si incrociarono. In pochi secondi le labbra si unirono, Bianca moriva dalla voglia di toccarlo. José la avvolse tra le sue braccia, mentre lei lo attirò verso di sé chiudendo la porta. Lo veicolò verso la camera da letto e rapita da quella strana passione gli sbottonò la camicia che metteva in evidenza i pettorali scolpiti. Era bello da svenire, era caldo e profumato come il vento del Sahara. José la guardò nuda sul letto, il suo corpo era sempre lo stesso: la pelle bianca come il latte, i lunghi capelli dorati che le coprivano il seno rigoglioso, le gambe lunghe e setose. Iniziò a baciare ogni centimetro di pelle, fino a scendere sul monte di venere, ogni sussulto di quel corpo tanto amato lo ricompensavano dell’attesa. Bianca iniziò a mordere la pelle scura del petto, era incontrollabile la voglia di sentirlo suo, il corpo di José era come una calamita con il quale desiderava unirsi. Quando finalmente la sua mascolinità entrò nel suo piacere, i suoi sensi si persero con quelli di lui sprigionando un esplosione di piacere senza precedenti. I loro corpi danzavano allo stesso ritmo, la bocca di José era appoggiata sul suo orecchio: «Blanchett mon amour, da quanto tempo ti sto cercando, fa che questo sogno non finisca». Quel nome… un tempo lo aveva già sentito, quelle mani era impossibile dimenticarle, eppure José era un perfetto sconosciuto. L’indomani mattina si svegliò all’alba: l’odore caldo del caffè pizzicò le sue narici, scese giù dal letto e si avviò in cucina. Sul tavolo troneggiava un vassoio con latte, caffè e biscotti e un biglietto. Lo aprì: “Sono stato divinamente, ti aspetto stasera alle nove al pub dietro il supermercato”. Quel biglietto la consolò facendole capire che era tutto vero. Passò tutta la mattinata in ufficio a scrivere un pezzo che le era stato affidato, l’odore e i baci di José erano impressi prepotentemente nella sua testa. Nina si accorse del suo stato d’animo e mentre erano in pausa pranzo le domandò: «Stai bene?». «Sì.». A Nina quella risposta non convinse, continuò a farle domande fino a quando Bianca le raccontò tutto. Le raccontò di come José le avesse stravolto la vita e delle emozioni che in poco tempo le aveva procurato. Arrivate a casa Nina si offrì di aiutarla a vestirsi, prese dall’armadio uno dei suoi abitini super sexy e la obbligò a indossarlo. «Mi sento a disagio vestita così?». Bianca si guardò allo specchio: l’abito nero in licra le metteva in evidenza il seno prosperoso che, solitamente, cercava di nascondere sotto i maglioni morbidi. Le scarpe in argento mettevano in risalto le caviglie sottili e le donavano qualche centimetro in più. Tirò un lungo respiro e poi con passo deciso si avviò verso l’entrata del pub. Lo vide da lontano, era seduto su uno sgabello di fronte a un tavolino a forma di botte: i suoi occhi erano diversi, dal verde erano passati al grigio scuro, come il colore dei nuvoloni che avevano coperto il cielo di Manhattan. Un velo di barba lo rendeva ancora più sexy. Si voltò verso di Bianca e le sorrise mentre con il passo di una tigre le venne incontro. I suoi occhi le accarezzarono tutto il corpo, con le dita esperte le fece scivolare la zip del cappotto: «Sei bellissima. Non ti ho mai vista così sexy». Bianca abbozzò una risata: «Ma se ci conosciamo appena». Gli occhi di José tornarono di nuovo al loro colore originale: «Blanchett: amour de ma vie». Quel nome: fu colpita come un fulmine a ciel sereno, tutto iniziò a girarle vorticosamente, si appoggiò al petto di José per non cadere, che le prese il volto e la guardò negli occhi: «Stai bene?». Bianca scosse la testa: «In questo periodo sono molto stressata e di conseguenza sto mangiando anche poco, sediamoci, non vedo l’ora di mangiare un mega hamburger». José le raccontò dei suoi viaggi, del suo lavoro e di come spesso gli mancasse Parigi. Allo scoccare della mezzanotte José guardò l’orologio e chiese il conto: «Devo andare, ti va di venire da me ad ascoltare un po’ di musica?». La domanda di José la colse impreparata, gli occhi dell’uomo erano diventati malinconici. «Va bene, d’altronde abitiamo vicini, un’oretta e poi rientro a casa, domani ho una giornata piena di lavoro». L’appartamento di José era molto ordinato, i mobili erano gioielli di antiquariato, ogni pezzo ricordava la Francia. Un vecchio vinile inondò la stanza di note struggenti: erano seduti l’uno di fronte all’altra, tra le mani un bicchiere di whisky, i loro sguardi si cercavano, si sfidavano, come in una partita a scacchi, indecisi su chi fare la prima mossa. José si alzò: le accarezzò le mano e poi iniziò a farla volteggiare nella stanza. Bianca chiuse gli occhi e si lasciò guidare dalle note di quella canzone. La lingua dell’uomo si intrufolò nel suo orecchio fino a scendere del suo collo dove con un piccolo morso la fece gemere di piacere. La prese in braccio e l’adagio sul letto, come un leone addosso alla sua preda le tolse i vestiti, le labbra di José si impadronirono di ogni centimetro del corpo di Bianca fino a portarla al culmine del piacere. Non ancora sazio si adagiò tra le gambe di Bianca completando la sua sete di passione. Le prime luci dell’alba picchiarono sui vetri delle finestre, la notte passata le aveva lasciato piacevoli dolori su tutto il corpo. Il letto era vuoto, solo una piccola busta con un biglietto: “Quando ti sveglierai io sarò sul primo volo per Londra, importante impegno di lavoro che mi porterà via qualche giorno. La colazione è sul tavolo, non tarderò a farmi vivo. Tuo… per sempre José”. Per diversi giorni Bianca dovette fare i conti con dolori su tutto il corpo, si sentiva debole e affaticata. Si avvicinò il fine settimana e Nina la convinse per l’ennesima volta da quando erano a New York, di pranzare a casa dei genitori di Edward. La villa era fuori città. Dopo aver pranzato accanto al camino, si riunirono in soggiorno. Lo zio di Edward era uno stimato medico, per cui Bianca approfittò e gli parlò del suo malessere. L’uomo la guardò e sgranò gli occhi quando notò una macchia a forma di violino sul collo: «Bianca! Mio Dio! Per caso hai conosciuto un musicista in questo periodo?». «Sí, ma questo che c’entra?». L’uomo prese il cellulare e le mostrò una foto: le gambe erano diventate molli, la terra iniziò a mancarle sotto i piedi. «Non è possibile, io quest’uomo lo conosco, l’ho toccato». Lo zio di Edward si tolse gli occhiali: «Josè Limar era un bravissimo musicista, si suicidò nelle campagne parigine in seguito alla morte della sua allieva e amante Blanchett. Il corpo dell’uomo non fu mai ritrovato, ma pare che nel corso degli anni tutte le donne che assomigliano alla sua amata lo incontrino: le stordisce, le seduce, fino a portarle a stare male. Cerca la sua amante, ma fino ad ora non è riuscito a trovarla. Queste donne a lungo andare crollano in uno stato depressivo, rimanendogli fedele per sempre e in attesa che lui si faccia vivo. Ti ha detto che partiva? Non sperare nel suo ritorno, tornerà solo quando avrà trovato Blanchett. Se tu malauguratamente fossi quella donna, lui ti porterà via per sempre». A quelle parole Bianca ebbe un mancamento. Si risvegliò poche ore dopo nella stanza di un ospedale, accanto al suo letto c’era Nina. «Tesoro ci hai fatto venire un colpo, i dottori hanno detto che devi stare un po’ a riposo, lo stress causa tanti problemi. Passarono i mesi e Bianca tornò di nuovo in forma. Una sera mentre tornava a casa, trovò José appoggiato davanti al portone. Lo guardò con aria di sfida: «So chi sei e so anche chi sono, ma i tempi sono cambiati, non verrò via con te». José si accese una sigaretta: «Non ho intenzione di ammazzarti, il tuo amico conosce poco la leggenda, se deciderai di venire con me cambierai solo identità, la gente ti crederà morta». Bianca ci pensò un attimo: «Mi dispiace José, ma questa è un’altra vita e io non intendo rinunciarci. Addio amore mio». José gli si avvicinò, le lacrime gli rigavano il viso, la baciò per l’ultima volta e poi sparì in una folata di vento. Racconto di AnnCentral Park era invasa da foglie color ruggine, il vento si muoveva lieve sugli alberi creando una danza univoca. Bianca spostò l’obiettivo verso una coppia di giovani scoiattoli e sorrise pensando aCentral Park era invasa da foglie color ruggine, il vento si muoveva lieve sugli alberi creando una danza univoca. Bianca spostò l’obiettivo verso una coppia di giovani scoiattoli e sorrise pensando anekke.
  • Cristina T.
    Vorrei fotografare i tuoi sguardi. Vorrei che ogni goccia che bagni il tuo viso ti porti un sorriso. Vorrei cancellare le tue paure, le stesse che ti hanno forgiato guerriera. Vorrei proteggerti dai tuoi fantasmi, chiuderli in un cassetto e gettarli nel fiume di quelle lacrime che a volte ti hanno resa indifesa. Vorrei cancellare ogni fulmine che ha scalfito la tua bellezza, ogni frase che ti ha ferita, ogni anima che non ti ha capita. Vorrei che non fossi solo un sogno vorrei riaverti vicina Vorrei restituirti alla vita, la stessa che non ho mai capita. Vorrei che quella stanza d’ospedale non fosse mai esistita
  • Cristina T.
    Mi sono sempre chiesta “Se il Dio del mare decidesse di manifestarsi mentre sono sulla spiaggia, dove mi condurrebbe?”. Guardo il mare, vedo un’onda: non ho il tempo di scappare che mi raggiunge e mi porta via. Adesso sono tra le braccia di Nettuno, come sempre impetuoso ha deciso di portarmi via. Insieme, attraversiamo l’oceano e mi accorgo di quello che il popolo marino sta patendo: cumuli di microplastiche invadono l’acqua, ogni creatura di questo immenso patrimonio subisce le conseguenze delle nostre abitudini sbagliate. Il mare non è una discarica, i suoi abitanti sono in un grande stato di sofferenza. Il 70% dell’ossigeno viene prodotto dal mare. Il mio terrificante tour si sposta verso l’oceano Pacifico dove quantità di materiale plastico ha formato una delle più grandi Isole di plastica grande quanto il Canada: il Great Pacific Garbage. Tutto quello che vedo mi turba, portandomi tanta tristezza. Ancora, Nettuno mi fa notare come le tartarughe marine rimangano impigliate nelle reti dei pescatori. La sofferenza di questi poveri animali è devastante! Qualche minuto dopo mi sveglio: sono sulla mia sdraio, mi guardo intorno: non c’è nessuno. Scruto l’orizzonte con occhi diversi e sento come mi avessero trafitto il petto con una lama affilata. Con gli occhi del mare puoi anche sognare, ma soprattutto puoi anche aiutare.
  • Cristina T.
    Livida, con il volto tumefatto, sopra un letto d’ospedale dove il tempo sembra ormai fermarsi. Non una visita dietro quella porta: mio figlio ha tre anni non riuscirebbe a venire da solo. Era iniziata come una mattinata qualunque: una di quelle che sai già come andrà a finire. Andrea: una sfilza di capelli scuri e un sorrisetto da fare impazzire chiunque. Quarant’anni di cui venti trascorsi a fare la moglie: mio marito non ha mai accettato che sfruttassi la mia laurea in ingegneria; diceva che tanto bastava il suo stipendio per farci stare bene.” È tardi! Devo accompagnare il bambino all’asilo”. Ma puntualmente mio marito mi si avvicina: ” tieni! Stira questa camicia deve essere perfetta! Devo andare a lavorare, non come te che non fai nulla dalla mattina alla sera!”ln quei momenti lo detesto! Come se fare la casalinga non fosse già un lavoro. Stiro la camicia, la indossa, ma non è soddisfatto: inizia a riempirmi di calci e pugni sotto gli occhi impauriti di mio figlio, mentre i miei vestiti sono intrisi di sangue, cerco di calmare il mio bambino. La bestia non si ferma : finché non arriva la polizia. Finalmente i miei vicini hanno deciso di buttare giù l’omertà. Chiamano mio fratello: che non vedo da anni, Amelio detesta la mia famiglia, è da molto tempo non ho più rapporti con loro, pur vivendo nella stessa città. L’ambulanza mi porta in ospedale: mentre la mia testa rimpiange per non aver mai chiesto aiuto prima: ” è solo uno schiaffo, è geloso; dovrebbe farti piacere Carla, dicevo a me stessa”. Da un solo schiaffo, la mia vita è diventata un inferno. L’infermiera entra nella mia stanza, mi avverte che fuori c’è mia madre: il cuore mi si riempie di gioia. Entra, mi abbraccia, mi dice che quando uscirò lei sarà pronta ad accogliere me e Andrea: il cuore mi si riempie di gioia. Andrò in tribunale, non avrò più pietà di colui che mi ha rovinato l’esistenza, una nuova vita, ma soprattutto una nuova Carla.
  • Cristina T.
    Sono la tua stella: colei che ti accompagnerà nelle notti più buie. Sono la notte: amante dei tormenti e signora degli amanti. Sono la pioggia che lenta ti bagna di pensieri. Sono il vento che ti culla nelle notti più fredde. Sono il sole che ti brucia la pelle, ti scaldo, ti accarezzo, fingendo di abbronzarla. Sono il silenzio, colui che nasconde mille parole. Sono lenta rugiada che bagna i tuoi occhi spenti. Sono la terra: madre, sorella, amica, colei che ammazzi giorno per giorno.
  • Cristina T.
    Ho conosciuto la tua voce: melodia armoniosa, che mi trascina come il canto delle sirene. Ho conosciuto la gloria dei tuoi occhi: un misto tra il sole caldo e il mare d’inverno. Ho conosciuto i tuoi passi: ma non sono capace di raggiungerti. Ho conosciuto il tuo odore: profumo di sole e di vento scagliato sopra una scogliera. Ho conosciuto il tuo dolore e pian piano ho asciugato le tue lacrime, con i baci e con il tempo. Ho conosciuto la tua forza, che prepotentemente è diventata anche la mia
  • Cristina T.
    Sono sulla scogliera e guardo il mare Ripenso ai tuoi occhi grandi come l’oceano, non so ancora come chiamarti, ma so di amarti. Morbide le onde del mare che continuo ad amare Impetuoso come le onde e il vento, sconfini nei miei pensieri I tuoi baci fremono sulla mia pelle che li accoglie come linfa vitale Sussurri nelle mie notti insonni, portandomi in riva Complice il mio inconscio di questa storia proibita La luna continua a guardare questa notte specialeTi guardo al tramonto e ti perdo in un sogno.
  • Cristina T.
    Innamorati di chi brama per i tuoi sguardi. Innamorati di chi ti abbraccia senza averti dato un pianto. Innamorati di chi la notte ti guarda mentre stai dormendo. Innamorati di chi cancella le tue paure e che accarezza i tuoi sogni. Innamorati di chi ama le tue follie. Innamorati di chi sarà sempre pronto a sostenerti nelle tue tempeste. Innamorati di chi ti guarda come la gemma più preziosa. Innamorati di chi ti copre con la sua coperta e che ti baci dietro la schiena.
  • Cristina T.
    Il tuo cuore mi appartiene come un soffice manto notturno. Abbracciami, bruciami con i tuoi baci e abbandonami nei tuoi pensieri, affinché io ne resti viva. Preludio dell’infinito, oscilli tra le mie braccia che ti accolgono come una candida coperta. Madida, mi tormento, racchiusa da una coltre di pensieri che lentamente scivolano via. Ricchezza infinita i tuoi occhi, che accarezzano lentamente i miei vestiti. Spariscono piano piano le luci della notte, mentre i primi bagliori dell’alba ci accolgono in questa danza d’amore infinito.
  • Cristina T.
    Una coccola, una carezza, lo spumeggiare delle onde scivola sopra le bianche scogliere. “Guardami! Sono forza, sono vita, sono una delle opere d’arte che la terra ti ha regalato”. Poi tace e ti culla, come un padre tenero che abbraccia i suoi figli. Corre, si arresta, mostrandosi in tutta la sua potenza come un amante vanitoso. La luna lo osserva, estasiata dalla sua bellezza, gelosa della pioggia che avidamente ne diventa parte di esso. Le stelle lo guardano, danzano al suono della sua musica, lo applaudono ad ogni sua esibizione. “Non sono per tutti, sono per coloro che ascoltano la mia voce e che dimostrano di amarmi” Le coste bramano smaniose per ogni sua carezza e così che Nettuno lo espande in tutta la sua bellezza
  • Cristina T.
    Credi in te anche se vivi nella tormenta. Credi in te perché nessuno può salvarti. Credi in te perché solo tu puoi sconfiggere i tuoi fantasmi. Credi in te perché sei il miglior amico di te stesso. Credi in te perché il tuo dolore esce dal cuore. Credi in te perché chi ti ama ti da la forza di farlo. Credi nei sogni perché sono coloro che ti danno risposte. Credi nel destino perché da quello non puoi scappare.
  • Cristina T.
    I tramonti più belli li vivo attraverso la tua anima: fonte di saggezza mescolata da un fiume di tenerezza.Allargo le mie ali per proteggermi dalla tua luce che mi acceca, mi scalda, mi brucia e mi consuma. Distesa sopra un letto di petali d’argento dove la magia prende il posto della malinconia.Soli, l’una di fronte all’altro, ci guardiamo: ubriachi d’amore, rapiti dalla passione.Apro le mie ali grandi per concedermi il volo in perfetta sintonia con il vento che non vede l’ora di portarmi via.Resto a guardarti ancora per un minuto, ti amerò senza guardarti, affinché tu possa vivere protetto dal mio amore.Pubblicato daCrimyluglio 25, 2022Pubblicato in:Senza categoriaTag:#angelo custode #angeli #tenerezzaPubblicato da CrimyL’amore per la letteratura mi ha portato a essere costantemente aggiornata sull’arte e sulla scrittura. Benvenuti nel Mondo di Crimy Visualizza più articoliNavigazione articoliARTICOLO PRECEDENTE. Articolo precedente:Quello che eravamoARTICOLO SUCCESSIVOArticolo successivo. ARTICOLI RECENTIIl segreto dell’appartamento 208Brividi ad AteneLibera di essere te stessaCredi in te. mondo di crimy, Blog su WordPress.com.
  • Cristina T.
    Vai al contenuto Il segreto dell’appartamento 208 Ero appena arrivato a Londra e il mio parabrezza aveva già iniziato a riempirsi di pioggia. L’appartamento era situato a Kensington, uno dei quartieri più chic della città. Per alcune settimane avrei dovuto usufruire del suddetto in veste di legale di un importante membro del Parlamento europeo. Farah, una donna di origine irachena sulla sessantina d’anni, si sarebbe occupata della casa fino alla fine del mio soggiorno. L’ambiente era caldo e accogliente a differenza del clima che mi si era presentato. Il pavimento era in pregiato parquet, con alcuni tappeti persiani che padroneggiavano nel soggiorno e nello studio, dove c’era una libreria imponente. Farah si offrì di prepararmi la cena prima che finisse il turno, il mio istinto fu quello di accettare, ma poi decisi di cenare in un ristorante che avevo scorto sulla strada. Presi l’ombrello e mi avviai verso il ristorante, mentre la pioggia picchiettava sui vetri delle macchine, una donna armata di un ombrello color ruggine mi venne completamente addosso. «Mi scusi, sono scivolata» la guardai e per poco non rimasi folgorato da tanta bellezza: una tempesta di riccioli ramati incorniciavano due occhi smeraldo sulla pelle diafana. Tossii e tentai di mettermi a posto la giacca: «Non fa niente. Mi chiamo James Holden» i suoi occhioni penetrarono nei miei, come se volessero studiarmi. «Mi chiamo Lilli» «Sto andando a cenare in quel ristorantino laggiù, le andrebbe di farmi compagnia, sempre che non abbia un marito geloso e violento». La donna scoppiò a ridere, mettendo in risalto una dentatura bianchissima: «Sono abbastanza affamata, per cui accetto volentieri. Fortunatamente non ho marito e di conseguenza nemmeno violento». Lilli non era solo bella: era intelligente, colta, elegante, aveva tutto ciò che serve a catturare l’attenzione di un uomo. All’interno del ristorante non c’era uomo o donna che non la notasse. Dopo cena mi offrii di accompagnarla a casa, con mia grande sorpresa abitava due palazzi dopo il mio. «Sono stata benissimo, ti andrebbe di salire?». Allentai la cravatta, una donna bellissima che mi chiedeva di salire a casa sua, doveva essere la mia giornata fortunata. Mezz’ora dopo ero con le labbra incollate su quelle di Lilli, in uno splendido letto, avvolto in un piumone rosso fuoco. Fu così che iniziai la mia conoscenza con la donna più enigmatica che avessi mai conosciuto. Difficilmente riuscivamo a vederci la mattina, un po’ per i miei impegni lavorativi e un po’ perché al sorgere del sole lei spariva. La settimana prima di partire, mi convinsi che avrei voluto continuare a frequentarla, avevo preso una bella cotta, mi sentivo un adolescente alle prime armi. Una notte tempestata di fulmini e tuoni notai qualcosa di strano: i suoi canini erano leggermente affilati. Il temporale continuò fino alla mattina, ragione per cui Lilli non andò via. Alle otto in punto arrivò Farah, lei aveva le chiavi di casa, il suo viso diventò madido e pallido quando si trovò davanti Lilli che faceva colazione in sala da pranzo. Passammo l’intero pomeriggio in giro per Londra, fino a quando mi fermai davanti alla cattedrale di Westminster. «Entriamo! È da tanto tempo che desidero visitarla, ma le rare volte in cui sono a Londra non riesco ». Il volto di Lilli si scurì, un velo di tristezza attraversò il suo viso: «James entra tu, io non voglio entrare, là sono cattivi con me!». Le presi il volto tra le mani e la baciai sulla sue bellissime labbra carnose: «Mi dispiace, chi è stato cattivo con te? Tesoro, se a te non và, per me va bene, ci verrò un’altra volta», finalmente tornò a sorridere. La sera mangiammo nel ristorante dove l’avevo conosciuta. All’uscita dal locale, un uomo era davanti a un portone che picchiava una giovane donna: «Maledetta puttana, ora ti faccio vedere io». La donna si accovacciò per terra, mentre questo la riempiva di calci e pugni. Preso dalla rabbia mi avvicinai a quest’ultimo e gli mollai un destro sul naso facendolo sanguinare. «E tu chi sei? È la mia serva, fatti gli affari tuoi». A quelle parole incominciai a picchiarlo pesantemente, fino a quando lo costrinsi a chiedere scusa a quella povera innocente. La donna mi ringraziò, poi si avvicinò a Lilli che dalla borsetta prese dei fazzolettini per medicarla: «Signora, non è possibile!». La donna le baciò le mani, Lilli era in evidente stato d’imbarazzo, chiamammo un taxi e la facemmo riportare a casa. Appena entrati nel mio appartamento le domandai dello strano comportamento della donna, ma lei con aria non curante mi rispose che quest’ultima l’aveva confusa con qualcun’altra. Passammo tutta la notte nel mio letto, tra baci e carezze, mi addormentai come un bambino tra le sue braccia. Mi svegliai nel cuore della notte, la trovai china sul mio petto con il volto umido, appena si accorse della mia presenza, in modo surreale, caddi in un sonno profondo. L’indomani mattina mi svegliai con un cerchio alla testa, entrai in sala da pranzo e trovai Farah con un enorme rosario tra le mani: «Ma che stai facendo?». La donna mormorava strane preghiere nella sua lingua, poi finalmente mi rispose: «Signore, deve correre subito in chiesa a farsi benedire! Subito!» . Dalla borsa prese una boccetta a forma di santo e mi buttò il suo contenuto addosso. «Ma vuoi smetterla! Cos’è questa storia e soprattutto Lilli dov’è?». Farah mi prese per mano e mi condusse davanti all’appartamento che credevo fosse di Lilli. I pompieri stavano spegnendo un incendio, le mie gambe iniziarono a tremare, pregai con tutto me stesso che non le fosse accaduto nulla. Chiesi subito informazioni a un giovane pompiere: «Appartamento? Ma no, questa è la casa della contessa Duprè, lei non ci vive più da anni, delle giovani incoscienti la utilizzano per fare cose strane, non so dirle… A qualcuna di loro è sfuggita la situazione e così hanno creato un incendio». «Chi sono queste giovani? È sicuro che la contessa non sia più qui?» «Sicurissimo, ha cento anni. Pare viva da anni a Parigi, nessuno la vede più da secoli. Le giovani mi pare si facciano chiamare… Le figlie di Lilith». Scossi la testa e tornai nel mio appartamento insieme a Farah. Per tutta la settimana pensai a Lilith, avevo condotto varie ricerche e tutte mi davano conferma che la donna che era stata tra le mie braccia, fosse il demone mitologico. La sera prima di partire mi affacciai alla finestra, un gufo bianco si affacciò sul davanzale del mio balcone, tra le zampe aveva una busta. Come un automa la presi e ne estrassi il contenuto: “Quando ti ho incontrato ho pensato subito a una bella avventura, un’avventura che avrei potuto concludere uccidendoti. Un uomo ricco e potente che non disdegna le belle donne usandole come oggetto del piacere, ma questo non sei tu. Mi hai dimostrato, salvando quella donna, il rispetto che hai per coloro che donano la vita. PS a quel bastardo ci ho pensato anch’io: è morto mentre guidava la sua potente Lamborghini. Non è un addio, ma un arrivederci, continua a essere quello che sei”. Invece di tornare a New York, la mia efficientissima segreteria riuscì a prenotarmi un volo per Parigi, avevo una gran voglia di conoscere la contessa Duprè.
  • Cristina T.
    Sentiti libera di volare con i colori belli che la tua anima custodisce.Sentiti libera di ballare sopra la sabbia bagnata mentre la pioggia bacia i tuoi capelli.Sentiti libera di mostrare il tuo corpo, perché Dio ne ha fatto un’opera d’arte.Sentiti libera di educare i tuoi figli senza che nessuno ti giudichi: insegna loro l’amore e il rispetto.Sentiti libera di amare: uomo, donna, bianco o nero sii padrona dei tuoi sentimenti, non farti incatenare dai pregiudizi.Sentiti libera di scegliere e non di essere scelta.Sentiti libera di abbandonare la strada vecchia per quella nuova.
  • Cristina T.
    “L’arte è un incontro con l`anima, paragonabile a due amanti avvolti nello stesso letto” “Se in quello che fai riesci a emozionare, allora avrai vinto su tutto” “Non lasciarti soccombere dagli errori, sono gli stessi che ti hanno aiutato ad essere migliore” “Incontrerai tanti padroni, ma nessuno di essi ammetterà di essere stato schiavo” E poi c’è il mio motto: Togli le ali a una farfalla è diventerà un verme, tienile alte e non permettere a nessuno di toccarle”
  • Cristina T.
    Sei una puttana! Quante volte abbiamo ascoltato questa parola? Detto da una donna è sempre per invidia o per gelosia. Pronunciata dagli uomini sembra quasi un complimento: perché un uomo che ti chiama puttana lo fa per scagliarti addosso la sua frustrazione. Incapace di combatterti ad armi pari. È come se utilizzasse questo epiteto come un mitra, ma in realtà la vera arma sei tu. Analizziamo la parola puttana, questi sono alcuni dei significati: meretrice, donna di facili costumi, amorale. Chi utilizza questo sostantivo ha mai osservato una di quelle donne, a volte anche ragazzine, che si vedono spesso in qualche strada extraurbana? Vi siete mai chiesti se la vita sia mai stata generosa con loro? Ma soprattutto vi siete mai chiesti come si sentono dopo essere state con i clienti? Credo che ognuno di noi dovrebbe osservarle, dietro la puttana c’è una donna, fragile, sfruttata e violentata. Il cliente è uno stupratore che lava la propria coscienza con i soldi. La guerra contro il patriarcato non finirà mai, ma almeno le donne dovrebbero fare pace con le altre donne, perché imparerebbero a fare pace con se stesse.
  • Cristina T.
    La spiaggia era affollata, circondata da un manto di stelle, le luci del mio albergo illuminavano, appena, lo strato di sabbia bianchissima. La terrazza affacciava sopra il mar Egeo. Guardai la foto di Diego, una lacrima scese lentamente sul mio viso: era morto in un incidente sull’autostrada che lo avrebbe portato a Roma. Ricordo che ero arrabbiatissima con lui per il suo essere sempre in ritardo. Telefonai e il suo cellulare risultò spento, e questo mi fece arrabbiare ancora di più, fino a quando una pattuglia dei carabinieri mi chiamò per darmi la tragica notizia. Quella notte la mia vita si spense, amici, carriera, nulla aveva più un senso. L’anno successivo ero sopra un aereo diretta ad Atene in compagnia di Sonia, la mia collega. Presi una sigaretta dalla borsetta e iniziai a ispirarla: «Potrei chiederle di spegnerla? Sa sono allergico al fumo» due grandi occhi azzurri come l’oceano, incorniciati da riccioli d’oro sopra una testa perfetta, mi guardavano con delicatezza. Imbarazzata mi scusai e aggiunsi: «Credo che all’aperto si possa fumare» l’uomo mi sorrise, mettendo in evidenza una splendida fossetta sotto il mento. «Ha ragione, ma non mi va di rientrare nella mia stanza, qui si sta così bene, oltretutto questa terrazza gode di un’ottima vista». La camicia bianca di lino nascondeva la pelle bronzata da dove si intravedeva la muscolatura perfetta delle braccia. «Mi chiamo Febo, e lei come si chiama?» «Mara». «Non ho ancora cenato, le andrebbe di farmi compagnia?» guardai l’orologio e mi accorsi, che in effetti, era ora di cena, per cui accettai. Il cameriere ci servì del buon vino locale, accompagnato dalle specialità del posto. Febo si rivelò una compagnia molto piacevole. Chiacchierammo fino a mezzanotte: mi raccontò della sua attività di psicologo che svolgeva a Creta, e di come alcuni dei suoi clienti fossero capaci di affrontare le difficoltà della vita. Era magnetico, mi stupii della sua pacatezza, mi sentii subito a mio agio, tanto da raccontargli la profonda perdita che avevo affrontato e come il mio lavoro da architetto mi avesse dato la forza di andare avanti. Tra due chiacchiere e del buon vino, mi accorsi che il tempo era volato, erano le tre di notte passate, ci guardammo a lungo negli occhi prima di salutarci. «Domani dopo il tramonto sarò su questa terrazza, mi piacerebbe vederti Mara» «Dopo il tramonto sarò qui». Il giorno dopo mentre ci godevamo il caldo sole di agosto, raccontai di quell’incontro a Sonia. «Wow! Quindi lo rivedrai stasera? Strano che non ti abbia chiesto il numero di telefono» «Forse se ne sarà dimenticato». Alle otto era sopra la terrazza, Febo era di spalla con il volto verso l’orizzonte, la sua pelle bronzata brillava sotto la camicia di lino celeste. Era bello, non avevo mai visto un uomo così perfetto se non al cinema o su qualche rivista patinata. Si voltò e mi sorrise, mostrando una dentatura bianchissima, per un momento mi sentii quasi in colpa per le sensazioni che questo sconosciuto mi stava provocando. «Sei bellissima». Quel complimento inaspettato mi fece sobbalzare il cuore, abbassai lo sguardo imbarazzata. Cenammo come due vecchi amici che si rincontrano dopo anni. A fine serata decidemmo di fare una passeggiata nel centro di Atene. C’era una fiera con tante bancarelle, ci fermammo davanti a un artigiano che vendeva bracciali di ogni tipo, una coppia di bracciali raffigurava un cuore con al centro la luna, lo acquistammo e lo indossammo, felici come due bambini che ricevono un giocattolo nuovo. Febo si rivelò un ottimo Cicerone, conosceva la Grecia meglio di chiunque altro. Le lancette dell’orologio correvano, mentre io avrei dato qualsiasi cosa pur di fermarle. Il cielo iniziò a coprirsi di nuvoloni, Febo mi prese per mano, corremmo fino a quando ci ritrovammo in una viuzza. Ci fermammo davanti a un portone azzurro, incastonato in un lussuoso palazzo con le colonne bianche. «Mi piacerebbe farti entrare, questa è la casa di famiglia, anche se io di solito preferisco alloggiare nel resort». Lo guardai e accettai il suo invito. L’appartamento era moderno e accogliente, una sfilza di libri sulle mensole del soggiorno sottolineava che Febo fosse un gran lettore. Anch’io adoravo i libri, per cui mi avvicinai subito alla libreria: tutti i volumi trattavano la mitologia greca. «Adoro la mitologia, è il fulcro della storia del mio paese» mi voltai, era alle mie spalle, come una calamita mi ritrovai tra le sue braccia. Mi baciò fino a quando diventammo cielo e terra, fino a quando i miei occhi si persero nell’azzurro dei suoi. Mi ritrovai immersa in un vortice di passione, per la prima volta il mio spirito si sentiva libero, libero di trascinarsi in quello che la gente più comunemente chiama: un colpo di fulmine. L’indomani mattina fui svegliata dal canto degli uccellini, era da tanto tempo che non dormivo beatamente. Febo arrivò nella stanza con un vassoio pieno di brioche e una tazza di caffè fumante. «Stasera vorrei portarti a fare un giro in barca, il proprietario del resort è un mio amico, mi presterà il suo yacht. Dopo il tramonto ti aspetterò sopra la terrazza». Tornata al resort, mi sentii un’altra persona: non ero più la tristissima Mara arrivata due giorni prima, ero Mara che ancora riusciva ad emozionarsi. Mi guardai allo specchio: avevo trentacinque anni eppure mi sentivo emozionata come una sedicenne alle prese con la prima cotta. Aprii la busta e ammirai l’abito stile impero che Febo mi aveva regalato, era di ottima manifattura, la seta era purissima, mia madre per anni aveva lavorato come sarta in un atelier di uno stilista famoso, per cui era solita portare il suo lavoro anche a casa. Mi aveva raccomandato di indossarlo per il nostro incontro serale. Ero rimasta lusingata da quel gesto e anche un po’ stranita: perché un uomo che conoscevo a malapena mi avesse donato un abito così costoso, per giunta, aveva anche azzeccato la taglia. La sera ci ritrovammo sulla solita terrazza, puntuale dopo il tramonto, mi venne a prendere con Diacono, il marinaio delle imbarcazioni del resort, lo conoscevo bene, visto che qualche giorno prima aveva accompagnato me e Sonia a fare alcune escursioni. Salita sulla barca ammirai il panorama che quella terra ricca di fascino offriva, con Febo, che mi teneva le braccia sulla vita. Attraversammo un velo di nebbia, per poi trovarci davanti a un isolotto pieno di luci. «Mia sorella ha una villa su quest’isola, stasera festeggia insieme ai suoi amici il suo compleanno». Diventai subito rossa: «Non vorrei essere di troppo in una festa di famiglia». Febo mi sorrise stringendomi ancora di più: «Non preoccuparti, ci saranno molti nostri amici, e comunque, mi farebbe davvero piacere fartela conoscere». Ormeggiammo sul isola, una donna vestita con abiti tradizionali ci venne incontro: «Bene arrivato signore. Tanti auguri di buon compleanno». Guardai Febo con gli occhi sbarrati: «Scusa, non mi avevi detto che era il compleanno di tua sorella?» «Ho solo dimenticato di dirti che siamo gemelli ». Mi prese per mano e insieme scivolammo al centro dell’isola, dove una folla di gente vestita con abiti tradizionali locali, si divertiva a ballare. Non mi ero mai divertita tanto in vita mia. Una gigantesca luna piena illuminava una serie di case lattiginose, arricchite da colonne con capitelli fregiati. Allo scoccare della mezzanotte apparve Diana, la sorella di Febo: una donna bellissima dai capelli corvini, che ci prese per mano e ci portò al centro della folla, dove nel frattempo era stato allestito uno spazio con bottiglie di champagne, torte e pasticceria varie. Dopo aver ringraziato tutti i presenti, i fuochi d’artificio impazzarono sul cielo stellato, creando bellissime figure dello zodiaco, i miei occhi non avevano mai visto una festa più bella. Gli amici di Febo si divertivano molto, ognuno di loro emanava spensieratezza. Alle cinque del mattino salutammo tutti e ci dirigemmo verso la spiaggia: «Ora dobbiamo andare, sono stato benissimo con te, anche troppo. Non mi succedeva una cosa simile da anni». La voce di Febo conteneva un velo di tristezza. Tirò fuori dalla tasca una pietra di heliolite e me la posò sul palmo della mano: «Questo è un portafortuna, sono anni che lo custodisco. Ma questa volta preferisco che sia tu a conservarlo . Se dovesse tornarmi indietro, sarà perché hai deciso di stare con me». I suoi occhi adesso erano umidi lo guardai per quanto mi fu possibile, da quando lo avevo incontrato, non ero mai riuscita a guardarlo a lungo, la sua bellezza era come se mi accecasse. «Non è un addio vero? Non so se sono pronta a vivere una storia a distanza, sono vedova da solo un anno». Per tutto il tragitto restammo in silenzio, fino a quando Febo mi accompagnò nella mia stanza. Mi baciò, non fu un semplice bacio, fu un diluvio di emozioni che mi coprirono come la lava di un vulcano. Alle nove la sveglia mi avvisò che era ora di alzarmi: alle dieci in punto io e Sonia, insieme ad altri turisti avremmo dovuto visitare il museo dell’olimpo: questo museo era stato inaugurato qualche anno prima da una scultrice ateniese. Il pullman del resort si fermò vicino al centro. Percorremmo il centro a piedi, proprio come quella notte in cui Febo era stato mio. La testa iniziò a girarmi, la guida si fermò di fronte a un palazzo: «Benvenuti al museo dell’olimpo». Non è possibile, pensai, mi trovavo di fronte all’appartamento di Febo. Quando entrai vi ritrovai tutt’altro che un appartamento: statue che raffiguravano le divinità e le storie tramandate dai grandi scrittori del sesto secolo. Impallidii nel constatare che ognuna di quelle statue aveva il volto delle donne e gli uomini che avevo incontrato la sera prima. Giunsi davanti a una delle statue più imponenti che rappresentava il Dio del sole e con mio grande stupore mi accorsi che al polso aveva lo stesso braccialetto che io e Febo avevamo acquistato al mercatino. Guardai la statua e non ebbi alcun dubbio: Apollo mi aveva tirato un brutto scherzo. «Mara ti senti bene? » «Sì, scusami Sonia ho dormito così poco che adesso mi sento un tantino stanca». Sonia andò a fotografare una statua di Zeus, in quel momento si avvicinò una donna: «Ho visto come guardava quella statua: sa io qui ci torno spesso da quando hanno aperto questo posto, e sa perché? Anni fa conobbi un uomo si chiamava Bacco, non era un uomo qualunque… E per questo ebbi paura di seguirlo. Ora non faccio altro che pensare come sarebbe stata la mia vita con lui, la prego non faccia il mio stesso errore». Corsi da Sonia: «Devo andare, ho un appuntamento importante». Corsi verso la fermata dei taxi, il cuore mi scalpitava nel petto. Arrivata al resort chiesi subito di Diacono, il marinaio. Fortunatamente lo trovai sulla spiaggia, mentre faceva scendere da un motoscafo una coppia di turisti. «Buongiorno signora Scalfari» «Diacono non c’è tempo per le formalità, devi portarmi subito su quell’isola» «Di quale isola sta parlando?» «Ieri sera hai portato me e Febo su un’isola immersa tra le nebbie» «Non conosco nessun Febo. Si sta sbagliando, ieri non ero in servizio». Sospirai presa dall’amarezza, ebbi subito un’illuminazione: aprii la borsa e presi la pietra. «Portami da lui, ti prego!». L’uomo mi guardò dritto negli occhi, il suo sguardo era cambiato: «Una volta arrivata sull’olimpo non potrà più tornare indietro. Al resort dovrò raccontare di un’incidente: tutti la crederanno morta. Per poter tornare sulla terra dovrà assumere una nuova identità, non potrà vedere più ne amici e parenti, altrimenti metterebbe in serio pericolo l’intera esistenza degli DEI. È disposta a tutto questo?». Un brivido mi corse lungo la schiena, al mondo a parte pochi amici non avevo più nessuno, se non un fratello che viveva in Germania. «Portami da lui!». Guardai lentamente la costa sparire, le gambe mi tremavano, non sapevo cosa la mia nuova vita mi riservasse, tutto questo iniziò a portarmi ansia. All’improvviso in mezzo alla nebbia bianca vidi l’isola, scorsi immediatamente la sua figura: era vestito di bianco, con la camicia bianca di lino aperta, mi stava aspettando. Tutti i miei dubbi di colpo sparirono. Scesi subito dall’imbarcazione e corsi verso di lui che mi aspettava con le braccia spalancate e un sorriso malizioso. «Ti stavo aspettando mia regina». Le nostre labbra si unirono in un lungo bacio che ci avrebbe unito per l’eternità.
  • Cristina T.
    Questa poesia narra la storia di una coppia, che a un certo punto della loro vita, si perde. Lei che ancora crede in questa storia, lo aiuterà a credere ancora nel loro amore. Non guardare ciò che siamo adesso, guarda quello che eravamo. Frammenti di un’unica stella, gocce di una sola sorgente, raggi di un unico sole. Ricordi come volavamo? Eravamo come farfalle libere verso l’orizzonte. Una volta il futuro ci aiutava a raggiungere i nostri obbiettivi, adesso ci fa tanta paura. Guardami, sono colei a cui hai giurato amore, non guardarmi così, non sono un’estranea. Non chiedermi dove abbiamo sbagliato, a volte un fulmine può invadere un cielo sereno. Noi che eravamo, noi che siamo, noi che ancora abbiamo la forza di amare.