Categorie
Racconti

Ai bruchi non resta che sognare

Sdraiata sul letto, fisso immobile il soffitto. «Buonanotte amore». Ecco ora ho il permesso di chiudere gli occhi. Posso finalmente staccarmi dall’angoscia della giornata, dal tormento delle ore di luce per cadere nell’oblio del buio. Odio l’alba che accompagna le ore produttive, quelle in cui devo dare il meglio di me, sempre, senza pausa. Non si ammettono errori, mai. Ancora non mi abbandono al sonno, non posso; finché non lo sentirò russare non sarò certa di essere libera di sognare. Lì, nei sogni, posso lasciare ogni ipocrisia, essere me stessa, abbandonare gli obblighi, sciogliermi dal controllo possessivo esercitato per il mio bene. Nel buio risorgo. Sogno l’amore, quello in cui credevo, anzi no, ci credo ancora perché non posso farne a meno. Sono una donna ed anche se ho dovuto dimenticare la tenerezza, i baci, i sussurri sulla pelle, l’amore nella mia vita c’è, come un bruco rinsecchito chiuso in un bozzolo attende quel raggio di sole che lo renderà farfalla. Lui si muove nel letto, mi irrigidisco, temo possa leggere le mie speranze. Le violerebbe, le svilirebbe come fa con me ogni giorno. Metà della mia anima non sa come superare le mura di questa prigione, l’altra metà di notte si sente una guerriera, ma cade e muore ad ogni alba. Fuori da questa prigione, quelli felici, quelli che io chiamo gli altri, mi vedono castellana insoddisfatta di un castello dorato. Gli altri giudicano, non ascoltano, non osservano veramente. La verità non gli interessa. Se non sorrido, sono un’ingrata. Se non lo amo sono…peggio. Mi porto sulle spalle la colpa di essere donna. Gli altri guardano distaccati volutamente o inconsciamente, sanno che avvicinarmi troppo li metterebbe emotivamente in pericolo. Si sta lontani dall’infelicità, come fosse una malattia contagiosa e lo capisco, perché la serenità è un bene prezioso, una coperta protettiva in cui avvolgere i figli o gli affetti più cari. Divenire testimoni di un disagio mette sempre in difficoltà, ci costringe a decidere da che parte stare. Io li capisco gli altri, sono io che devo sfondare la porta di questo castello dove vive il malvagio. Nessun altro può farlo, solo io. Ancora un giorno e troverò il coraggio. Ancora una notte. Domani, forse. Lo sento nuovamente russare ora posso abbandonarmi a quei sogni di bambina, quando la mamma mi leggeva fiabe sul principe azzurro. Io ci ho creduto a quel lieto fine. Avevo vent’anni e temevo di morire d’amore tanto lo amavo. Tenero, dolce, pieno di attenzioni. Poi, non so cosa ho sbagliato tutto è cambiato, ma non di colpo che me ne sarei accorta, no, qualche rimprovero appena accennato prima, poi qualche ceffone, raro, ma ben piazzato. Perché mi ama, per correggermi, per migliorarmi, mi ripetevo. All’inizio si pentiva, ora non più, ma non è cattivo, lo fa per il mio bene, me lo ripeto ancora. Me lo ripeto ad ogni colpo ad ogni insulto, è il mantra di cui nutro il mio dolore, il parassita della mia essenza. Vorrei sognare la felicità di una mano nella mia, vorrei sognare il desiderio trasmesso con una carezza. Vorrei sognare il lieto fine! Lo sento muoversi, apro gli occhi e mi sta fissando, un mezzo sorriso sulle labbra: «buonanotte amore». Lui lo sa! Sa che nei sogni mi ribello, sa che sogno di uccidere il drago, sa che aspetto il principe azzurro. Lui lo sa, sa che non ho scampo e che ormai sogno solo di morire.

di Graziella Port